Moebius

Moebius

mercoledì 27 dicembre 2006

Vorrei scrivere qualcosa, ma devo ringraziare il cielo che la linea telefonica funziona, dopo giorni e giorni in cui ho potuto ascoltare telefonate altrui ma non quelle che avrei voluto fare io, rispondere a telefonate non indirizzate al mio numero (a un certo punto mi sono messo a parlare con una ragazza che non riusciva a chiamare nessun altro: avrei potuto dirle che era un segno del destino...). E naturalmente non potendo connettermi ad Internet. Vabbé che tanto ero fuori per Natale, però da fastidio ugualmente.


Vabbé, non essendoci stata l'occasione, buon Natale a chi passa di qua.

venerdì 22 dicembre 2006

Un caso di coscienza

E’ di ieri la morte di Piergiorgio Welby e di un caso così difficile da interpretare, e che costringe ognuno a interrogarsi prima di tutto su ciò che vorrebbe per sé e per i propri cari e poi sui principi generali, forse sarebbe meglio non parlare, sarebbe forse meglio non prendere parte a nessuna battaglia ideologica, a nessuna crociata pro o contro.

Mi ha molto colpito il caso di Piero Welby, e senza dubbio ha colpito molti altri, perché sempre e comunque si tratta di un dramma, indipendentemente dal fatto che se ne accetti o no la conclusione. Scrivo qualche riga perché in fondo è stato Welby stesso a chiedere che se ne parlasse e che si aprisse un dibattito sul tema più grande che c’è, la vita.

Dico subito che non so nemmeno se sono pro o contro l’eutanasia, ma quello di cui sono certo è che sono per la libertà individuale di poter scegliere fino a quando sopportare la sofferenza provocata da una malattia che non lascia scampo e riduce una persona al punto in cui era giunto Welby. Sottolineo, la libertà individuale. Perché non è un argomento quello usato da molti secondo i quali c’è tanta gente che vuole continuare a vivere: nessuno obbligherà mai qualcuno a rinunciare a un trattamento terapeutico.

Il tema è troppo grande, secondo me, per approfondirlo qui: saranno molte le case in cui se ne è parlato, nelle quali si saranno anche accesi dibattiti sull’eutanasia, sull’accanimento terapeutico, sul testamento biologico. Mi limito a fare miei i pareri di Umberto Veronesi e Stefano Rodotà che si sono pronunciati per il riconoscimento del diritto del malato di scegliere se continuare o no con una terapia. In certi casi estremi, fuori dai denti, arriverei anche ad ammettere l’eutanasia (secondo me per Welby non si è trattato di eutanasia, forse passiva) ma i dubbi si accendono e proliferano.

Ieri pomeriggio ne ho discusso con mio padre e ho scoperto che è favorevole non solo allo spegnimento delle macchine per Welby e casi simili ma anche al diritto di poter morire per i malati terminali di cancro, per esempio; incredibilmente più aperto di quanto mi sarei aspettato.

Sono convinto che è bene si apra un dibattito su questi temi, per arrivare a qualche apertura: credo che la società sia molto più laica della politica italiana, che non potrà mai legiferare su questi argomenti. C’è un limite oltre il quale valgono le coscienze individuali e non i dettami della legge o della morale religiosa; un limite raggiunto il quale, credo, nessuno potrà sapere cosa potrebbe chiedere o volere per sé o per un familiare.

mercoledì 20 dicembre 2006

Siamo tutti cazzari (con ironia)

Ieri sera (quanno ce vo’ ce vo’) devo dire di aver passato una gran bella serata rilassante a mangiare e bere con altri blogger, a casa di una cara amica (e sono giusto due anni che l’ho conosciuta). Quanno ce vo’ ce vo’, bisogna dire anche che, come spesso accade in questi incontri fra blogger, si finisce sempre a parlare di blog in un modo o nell’altro. Di blogger ormai qualcuno ne ho incontrato e mi spiace aver perso qualche contatto, ma non sono l’unico ad avere periodi di distacco dal mondo dei blog e sono ormai arrivato alla conclusione che la mia dimensione blogghereccia è questa qua, scrivere quando mi va, per me e basta, senza dover avere più l’assillo delle visite, dei commenti, delle risposte ai commenti e delle visite di cortesia a chi è passato da te, in un circolo vizioso che non finisce mai.

Credo che sia molto comune avere picchi di crescita, a livello di impegno, di tempo, anche di stress, e poi veloci discese in dimensioni più ristrette e forse più consone alla propria indole. Ognuno naturalmente vive questo aspetto della sua presenza nel web in modo diverso: ci sono gli esibizionisti, i pallonari, gli intimisti, quelli seri, quelli stupidi; tutto va bene nella blogosfera, c’è spazio per tutti. A patto, e questo lo penso io, che non ci si prenda troppo sul serio, e questo l’ho detto anche ieri sera, perché in fondo nessuno qua è un vero scrittore, nessuno farà mai fumare il cervello al punto da raggiungere le più alte vette di pensiero dell’umanità.

In fondo noi blogger siamo tutti cazzari, scriviamo, credo, sempre per un po’ di narcisismo, ma ne basta un pizzico: ci si può ammalare, di blog, farlo diventare un’ossessione e allora non è più quello strumento di libertà in cui esercitarsi liberamente per parlare di politica, di sport, di spettacolo, di libri, della propria vita, o di quello che cacchio vi pare, ma un vincolo a sua volta perché, e l’ho provato pure io a suo tempo, si arriva a scrivere per un “pubblico”, per far incazzare qualcuno e scatenare qualche polemica, per far divertire qualcun altro, e così via.

Ripeto, e nessuno si offenda perché lo dico con ironia, siamo tutti cazzari. Al di là dei mille motivi per i quali chiunque può aprire un blog, il valore di queste centinaia di migliaia di pagine, miliardi di parole, rimane nel blog stesso, il vero valore è quello che vi attribuisce il suo autore.

Diversi sono i rapporti diretti che si creano fra blogger, sia quando rimangono relegati alla distanza e alla mediazione del mezzo tecnologico sia quando si concretizzano in rapporti reali: questi è giusto e sano coltivarli, perché ci si sceglie sempre bene, si spera, le persone che si vuole intorno, quelli che possano dare qualcosa intellettualmente ed emotivamente. Poi fra adulti si cerca gente stimolante, da cui imparare qualcosa o con cui discutere, litigare, conversare, eventualmente innamorarsi, lasciarsi o che altro.

Tutto sempre senza esagerare nella considerazione del proprio blog, che è comunque solo uno di svariati milioni di altri nel mondo. Se poi quello che si è scritto si espande a macchia d’olio, diventa qualcosa di più che quattro cazzate scritte in un momento di tristezza, o di gioia, o per parlare del vostro libro o film preferito, allora ben venga: il potere di questi spazi di espressione sta proprio nella magia del diffondere in modo virale un pensiero o notizia; se fra un milione di post ne esce uno utile a qualcuno, allora questi miliardi di parole sono importanti.

Faccio un esempio pratico, vedere che Google manda qualcuno sul mio blog per cercare una recensione di Bruce Sterling (è capitato giusto stanotte), o di Dick (purtroppo ho sempre scritto meno di quanto avrei voluto su Dick), o di “Straniero in terra straniera” di Heinlein, o ancora di un libro di Lansdale o di Don DeLillo, e diversi altri che ho recensito, forse ha ancora senso tenere aperto Immaginaria. E chi se ne frega dei commenti e delle visite, fregatevene del numero dei commenti e delle visite.

martedì 19 dicembre 2006

Pc troppo sensibili

Lo sapete che le macchine hanno un'anima? Il mio vecchio pc quando ha visto che che ero passato ad un nuovo e moderno laptop deve essermi caduto in depressione e ha compiuto un gesto estremo, per dimostrarmi quanto ci tenesse a me: si è suicidato! Ieri qualcosa dentro di lui è letteralmente esploso mentre era spento...

lunedì 18 dicembre 2006

Ohm... Ohm... Ohm...

E' una vita che medito, aguzzando la vista (scarsa) per vedere una piccola lanternina che indichi una direzione; che una direzione bisogna in realtà sceglierla prima, per capire quale lume seguire, lo so da tempo, però spesso si tratta di una verità che si dimentica facilmente quando iniziamo a girare in tondo fino a che la testa ci gira a sua volta e a quel punto ci si butta a terra in attesa di ritrovare l'equilibrio.
Ritrovare l'equilibrio poi non è facile, e come ho scritto tante volte in altri momenti credo che l'equilibrio sia una variabile diversa per ognuno, e un vero equilibrio non lo si trova mai, se solo ci si mette a pensare ai propri desideri (o alla loro mancanza, eventualmente) e a come realizzarli; poi, trattandosi di una variabile, può anche darsi che per alcuni sia una variabile fissa, beati loro.

In questo momento spero di poter dar seguito ad un desiderio, ad una decisione (si deve vedere se il desiderio vuole me), e mi ci vuole anche impegno (perché è da lì che vengono i dubbi, dall'incertezza di poter cominciare un tragitto di strada). Ora spero, ora, forse mi impegno, domani si vedrà.

sabato 16 dicembre 2006

PKD inedito

Mi era sfuggita questa notizia pubblicata un po' di tempo fa: la Tor Books pubblicherà negli Usa a gennaio 2007 un romanzo inedito del grande Philip K. Dick, che continua ad essere uno scrittore prolifico anche da morto!


Si tratta di Voices from the street, scritto fra il '52 e il '53, e facente parte della produzione mainstream di Dick; i romanzi realistici di PkD hanno un fascino sempre particolare, anche perché dimostrano che Dick non era uno scrittore riducibile alla sola fantascienza.



Nelle sue opere di narrativa tout court, come In questo piccolo mondo (recensito su Immaginaria) o L'uomo dai denti tutti uguali, Dick continua a raccontare storie di personaggi alle prese con i loro incubi e le loro delusioni nella vita di tutti i giorni: uomini e donne alla ricerca di una realtà soddisfacente, da perseguire con i rapporti umani, col sesso, per dimenticare le proprie depressioni e inquietudini. I libri mainstream di Dick sono per certi versi più cupi di quelli fantascientifici, nei quali a volte una qualche via d'uscita ad una realtà alienata e disperata riesce ad essere intravista.


Per restare ai romanzi di Dick, la settimana scorsa ho comprato il cofanetto della Trilogia di Valis, ripubblicata di recente. Si tratta degli ultimi tre libri scritti da Dick, che prendono spunto da una esperienza mistica che lo scrittore raccontò di avere avuto, e che lo portò ad un tale livello di distaccamento dal mondo da dover trascorrere un lungo periodo in una clinica di recupero. Valis racconta la vicenda di Horselover Fat (l'alter ego di Dick, già dal nome), che ha visto Dio nella forma di un raggio rosa proveniente dal cielo. La trilogia rappresenta l'estremo tentativo di Dick di interrogarsi sul divino. I tre libri non facili da leggere: io stesso mi fermai ai primi due anni fa, quando ero ancora un poppante. Ora che di Dick ho letto molto e forse troppo, dovrei farcela a digerire Valis, Divina invasione e La trasmigrazione di Timothy Archer. Farò sapere di più più in là.


Valis    Divina invasione    La trasmigrazione di Timothy Archer

venerdì 15 dicembre 2006

L'ultima profezia di Sterling

Leggo proprio stamattina che Bruce Sterling, di cui vi ho parlato ampiamente più di una volta come uno dei fondatori del cyberpunk e come uno dei più attenti osservatori dei cambiamenti tecnologici, sociali e culturali legati ai new media e alla Rete, ha terminato con un ultimo articolo la sua collaborazione con la rivista Wired (forse il più importante luogo di discussione sulla società della rete).


Questo ultimo pezzo si intitola non a caso My last prediction. E qual'è l'ultima predizione di Bruce Sterling? Secondo la mia fonte (il Corriere della Fantascienza, ancora non ho letto l'articolo in inglese, lo farò con calma) Sterling cerca di spiegare quale sia la linea di tendenza nelo sviluppo di Internet per i prossimi anni. Le idee più diffuse riguardano una sorta di post-Internet, in cui la rete sarà sempre più pervasiva, presente in sempre più dispositivi ma in modo trasparente, senza che le persone se ne accorgano davvero: una rete in cu agenti agenti software (penso che a questo ci si riferisca) diventino capaci di rispondere alle nostre domande in modo da farsi carico di tutta una serie di compiti che oggi sono svolti quasi manualmente.


La crescita delle reti ad alta velocità favorirà lo sviluppo di comunità collaborative, nelle quali si potrà comunicare, discutere, lavorare nell'ottica di una sempre maggiore creatività (quella che Berners Lee, il creatore del Web, ha chiamato intercreatività). Le dimensioni di reale e virtuale tenderanno a completarsi a vicenda nelle vite di tutti (ma nessuna prospettiva distopica o al contrario utopica: si parla di cose serie); basta pensare al fatto che già oggi (questo ce lo metto io) sono sempre di più le persone che hanno identità molteplici in rete, fra blog, nickname ed avatar (leggevo un articolo sulla proliferazione di avatar in Corea del Sud: ve ne sono milioni e se non si ha un avatar on line si è fuori da molti contesti, e non solo fra i giovani ma anche a livello di professionisti).


Si tratta di andare a leggere questo articolo: http://www.wired.com/wired/archive/14.12/posts.html?pg=6 

mercoledì 13 dicembre 2006

Tutti spettatori?

"Anno del Pannolone per Adulti Depend: InterLace TelEntertainment, Tp da 932/1864 Risc power-Tp con o senza consolle, Pinkj, disseminazione Dss post-Primestar, menu e icone,fax InterNet senza pixel, tri- e quad-modem con baud regolabile, griglie per la disseminazione post-Web, schermi a definizioni così alta che ti sembra di essere lì, conferenze videofoniche dai costi contenuti, Cd-Rom con Froxx interno, alta moda elettronica, consolle multiuso, nanoprocessori Yushityu in ceramica, cromatografia al laser, mediacard virtuali, impulsi a fibre ottiche, codificazione digitale applicazioni killer; nevralgia carpale, emicrania fosfenica, iperadiposi dei glutei, stress lombare.
[...] Dire che tutto questo è un male è come dire che il traffico è un male, o che le sovrattasse sulla salute o i rischi della fusione anulare sono un male: solo i freak luddisti mangiacereali direbbero che è male una cosa senza la quale non si riesce a vivere.
Ma così tanto di questo spettacolo privato fatto di schermi personalizzati e guardato dietro le tende tirate nella sognante familiarità della propria casa. Un mondo galleggiante di non spazio di visioni private.
Da qui la passione del nuovo millennio di assistere alle cose che succedono in dretta.
[...] Ecco gli Ingorghi dei Curiosi davanti agli incidenti stradali, alle esplosioni per fughe di gas, rapine, scippi, l'occasione veicolo di scarico dell'Empire con un vettore incompleto che si va a schiantare nei sobborghi della North Shore e rade al suolo intere comunità e la gente lascia aperte le porte di casa nella fretta di uscire e intrufolarsi e fermarsi a guardare il mucchio di rifiuti precipitato che attira una folla sobria e attenta, che si dispone in cerco attorno al punto di impatto e confronta con serietà le osservazioni mentali su quello che tutti loro stanno vedendo. Da qui l'apoteosi e la gerarchia sociale decisamente complicata dei musicisti di strada a Boston, i migliori dei quali vanno al lavoro con macchine tedesche.
[...] Il cameratismo e la comunione anonima di far parte di una folla di spettatori, una massa di occhi nessuno dei quali è a casa propria, tutti fuori nel mondo e tutti puntati nella stessa direzione. [...] Qualsiasi cosa attira la gente. Sono ricomparsi i venditori ambulanti. I veterani senza casa e le figure tutte storte sulle sedie a rotelle con i cartelli scritti a mano che spiegano la loro condizione. Giocolieri, freak, maghi, mimi, predicatori carismatici con microfoni portatili. [...] Cultisti con tuniche color zafferano con percussioni e volantini stampati a laser. Perfino gli euromendicanti europei vecchio stile, gente con le sopracciglia nere e i pantaloni a righe, muti e fermi. Perfino i candidati locali, gli attivisti, i consiglieri e gli aiutanti di base sono tornati in pieno con tutta la loro organizzazione a fare comizi in pubblico - la piattaforma con le bandiere, i coperchi dei cassonetti dell'immondizia, i tetti degli autoveicoli, i tendoni, tutto ciò che sia sopra le teste della gente, qualsiasi cosa che si elevi a catturare l'attenzione del pubblico: la gente si arrampica e declama e attira spettatori."


David Foster Wallace - Infinite Jest

lunedì 11 dicembre 2006

Nuovo giocattolo

Mi sono comprato un giocattolo nuovo! E' veramente un bel giocattolino e questo è il primo post che scrivo con questa nuova macchinetta. Ogni tanto vale davvero la pena di togliersi uno sfizio, anche se di un pc potevo anche farne a meno ma un notebook lo desideravo da parecchio. Visto che a Babbo Natale ho smesso di credere un po' di tempo fa (magari ho fatto male) ho dovuto pensarci da solo.

mercoledì 6 dicembre 2006

Che tempo che fa

Che aria tira in questi giorni? Me lo chiedo guardandomi intorno e cercando di sciogliere un po' di nodi che appesantiscono la mia testa, preso da uno degli abituali periodi di apatia che mi catturano come un maelstrom che ingoia navi e marinai.


Il solito circolo che ritorna e ricomincia, che non la smette con i suoi vizi senza virtù, come mi sento io, con vizi e senza virtù. Vizi di testa naturalmente, interiori, come la tendenza a bloccarmi di fronte alla necessità di scegliere, di agire, sempre teso fra l'essere e il non essere, fra il prender l'armi contro dardi e guai o dormire, morire e nulla più (i lettori più attenti noteranno che non è la prima volta che ricorro all'Amleto: mi perdoneranno la scarsa inventiva).


L'indecisione regna sovrana nella mia testa e il risultato è di star fermo, senza sapere quale direzione scegliere di fronte al bivio: quel che è peggio è che tutto ciò scatta ancora prima di arrivare al momento della scelta, quando basterebbe buttarsi e vedere da che parte si casca. Forse mi butto e basta, e vedo dove arrivo: il fatto è che a volte sarebbe meglio avere chiaro in testa dove si vuole arrivare, è quello che mi manca.

domenica 3 dicembre 2006

Sul Granma con Fidel e Guevara

Il giorno dopo che Roma è stata invasa da centinaia di migliaia di persone tutte pendenti dalle labbra di Berlusconi e di Demo Morselli, vero animatore dell'evento insieme alla sua band, a me viene voglia di scrivere qualcosa su una storia di tenore diverso che ho letto sulla Repubblica di ieri.

Come molti sapranno in questi giorni ricorre il cinquantenario della rivoluzione cubana, dello sbarco del Granma, la nave che trasportò poche decine di persone guidate da Castro e da Guevara che diedero inizio alla guerriglia. Personalmente non sono comunista, ma se devo scegliere da che parte stare, sentendomi comunque di sinistra, sto dalla parte di chi lotta per qualche ideale al fianco dei più disperati: è difficile non rimanere affascinati in qualche modo da Cuba. Ma quello di cui volevo parlarvi non è tanto la rivoluzione quanto piuttosto segnalare la storia di Gino Doné Paro, un 82enne di San Donà di Piave, giunto in questi giorni all'Avana e festeggiato come un eroe.

Gino Doné fu partigiano e dopo la guerra emigrò prima in Canada e poi a Cuba, dove conobbe un giovane Fidel Castro: da lì poi l'esilio in Messico e la preparazione della guerra contro Batista. Gino Doné, el italiano, fu tra gli 82 che sbarcarano dal Granma il 2 dicembre del 1956, lui che aveva esperienza di guerra, avendola fatta in Italia e che, racconta, insegnò a Ernesto Guevara a sparare e le tecniche della guerriglia (e c'è da credergli: il giornale ha pubblicato una foto di Gino nella boscaglia fra Castro e Che Guevara).

La storia di Gino Doné mi ha colpito soprattutto perchè inevitabilmente non sembra reale, sfocia nell'immaginario e in una dimensione quasi mitica. Mi ricorda moltissimo quella di Vitaliano Ravagli che i Wu Ming hanno reso nota a tutti col libro "Asce di guerra", che racconta appunto la vicenda di Ravagli partito giovanissimo dall'Italia per andare in Indocina a combattere contro i francesi in Laos, "il vietcong romagnolo": la differenza è che Ravagli era solo un ragazzino al tempo della Resistenza e non ha fatto il partigiano.

Sono storie che colpiscono, perchè sembrano più leggende che storie vere: un italiano alla rivoluzione cubana? un altro in Indocina? Il fatto è che provengono direttamente da un'epoca in cui c'era gente, tanta, tantissima, che aveva combattuto per la libertà (quella vera, non quella berlusconiana) e per la democrazia nel nostro paese, e il cui ricordo non va sfumato da tanto revisionismo storico. E qualcuno di quelli sentiva il bisogno di continuare a combattere, come Doné e Ravagli appunto. Fra qualche anno purtroppo non avremo più nessuno che potrà raccontare storie così.

Doné qualche mese dopo quel 2 dicembre di 50 anni fa fu costretto a lasciare Cuba e trascorse gran parte della sua vita negli Usa: solo da pochi anni è tornato in Italia e spera che gli sia concesso di rivedere dopo tanti anni il compagno Fidel.

mercoledì 29 novembre 2006

Infinite Jest

Oggi voglio parlarvi di un romanzo che già dal titolo è infinito. Chi ha visto in libreria Infinite Jest, dell'americano David Foster Wallace, non si faccia spaventare dalla mole (quasi 1300 pagine ultraconcentrate, note comprese) perché si perderebbe un capolavoro.

Uso il termine capolavoro con cognizione di causa, ora che inizio quasi a vedere la fine dopo due mesi che ci sto sopra: Infinite Jest è un grande esempio di letteratura post-moderna, in cui il romanzo assume una forma testuale del tutto originale, destrutturando la narrazione in tanti frammenti che messi insieme però formano un puzzle perfetto.
Il lettore che inizia a leggere le avventure della famiglia Incandenza non deve lasciarsi intimorire dallo stile di Wallace, molto innovativo sul piano del linguaggio e che richiede per forza di cose la cooperazione e l'impegno del lettore perché non lascia niente di scontato. A cominciare dall'enorme mole delle note, che si è tentati di tralasciare fino a quando non ci si rende conto che lì si nascondono molte informazioni importanti per domare questa bestia così difficile che è Infinte Jest. Infinite Jest è un romanzo che si apre a diversi livelli di lettura, dalla narrazione dura e pura fino alle tante citazioni e ai tanti riferimenti alla cultura di massa attuale, al punto che la scelta, per esempio, di leggere o meno le note può cambiare radicalmente l'interpretazione del libro. Ritengo questo romanzo una vera "opera aperta" e sta al lettore scoprire il suo punto di vista.
Ma cosa racconta Infinite Jest? Domanda difficile alla quale rispondere: a seconda dei gusti personali e delle proprie inclinazioni può essere visto come una grande epopea familiare, in cui si raccontano le vicende della famiglia Incandenza, di James Incandenza, ex fisico, ex giocatore di tennis, ex cineasta, morto suicida, e dei suoi figli Hal, Mario e Orin; può essere descritto come la rappresentazione distopica, in un futuro prossimo, delle deviazioni che potrebbero prendere la cultura e la società contemporanea: uso massiccio di droghe e alcol, assoluto predominio dei mass media nella vita delle persone, dedite alle dipendenze e agli intrattenimenti, un'epoca di dominio della pubblicità e del consimismo (al punto da arrivare a sponsorizzare il tempo); potrebbe essere visto come un romanzo satirico (alcune pagine fanno ridere davvero, almeno me) che racconta con ironia molti aspetti della quotidianità; il romanzo, poi, è una grande riflessione sulla vita, su ciò che la rende piena, sulla libertà di scelta che viene a mancare nel momento si diventa dipendenti da qualcosa (sostanze o intrattenimento).

Secondo me è un romanzo irriducibile a pochi aspetti: l'Infinite Jest del titolo non è soltanto un film così avvincente da costringere chi lo vede a non staccarsi più dallo schermo ma è lo stesso libro che l'autore ha reso una esperienza infinita (per la lunghezza direbbe qualcuno, ma non solo) perché crea una tela così complessa ed intricata da risultare una fonte quasi inesauribile di spunti di riflessione.

Il racconto si svolge in un futuro prossimo venturo, in cui gli stati nordamericani si sono riuniti tutti in un'unica federazione, in un'epoca in cui il tempo, come detto, è sponsorizzato (immaginatevi di calcolare gli anni che passano dall'Anno della Coca Cola all'Anno della Nestlé, per esempio: un vero incubo direi), l'intrattenimento è centrale nella vita della gente e le Sostanze diventano la via di fuga per eccellenza. In questo contesto si dipanano le vicende di una miriade di personaggi, alcuni solo delle comparse sullo sfondo, i cui legami reciproci, misteriosi all'inizio, alla fine emergono, seguendo la lezione (almeno credo) del "tutto è collegato" di Don DeLillo (vedi Underworld). Ogni cosa ruota intorno al film di cui dicevo, di cui man mano si svelerà il contenuto, che diventa ciò che lega la famiglia Incandenza (un incredibile quanto divertentissimo crogiuolo di problemi familiari e segreti, fra il defunto padre James, la madre canadese Avril, esperta di semantica, i figli Hal, promessa del tennis, Mario, nato con gravi deformazioni, e Orin, sessuomane giocatore di football americano) insieme a tutti gli abitanti di una accademia tennistica, agli ospiti di una casa di recupero per alcolisti e tossicodipendenti, ad un improbabile ma implacabile gruppo terroristico del Québec, a servizi segreti non specificati.

Wallace riesce ad rendere questa caccia all'Intrattenimento perfetto una esperienza indimenticabile per il lettore, sia per la comicità di alcune pagine, sia per l'iperrealismo, che è quasi un monito, col quale racconta le possibili strade che potrebbero prendere la società e la cultura occidentale, sia per la drammaticità di alcuni risvolti della storia.

lunedì 6 novembre 2006

Rassegna cinematografica su PKD

Ho ricevuto una mail in cui mi si comunica che da domani a Bologna inizia una rassegna cinematografica dedicata a Philip K. Dick: non posso esimermi dal segnalarla (purtroppo per gli organizzatori questo blog è abbastanza desertico, in quanto a frequentazioni). Aggiungo di mio, a proposito di cinema tratto da PKD, che tempo un paio di settimane esce di nuovo, finalmente, il DVD di Blade Runner: eranno anni che lo cercavo ma era fuori catalogo.


Comunque, copio e incollo il comunicato stampa della rassegna


P.K. DICK DALLA PAGINA ALLO SCHERMO
Rassegna cinematografica dedicata al cinema tratto
ed ispirato alla narrativa di Philip Kindred Dick

In contemporanea all'uscita nelle sale cinematografiche della pellicola A Scanner Darkly, tratta dall'omonimo romanzo Philip Kindred Dick, e della attesa riedizione del DVD in lingua italiana di Blade Runner, si terrà a Bologna, presso la libreria Nessundove Shop dal 7 Novembre 2006 e fino al 12 Dicembre, una rassegna cinematografica dedicata a P. K. Dick, dove si discuterà del suo rapporto con il cinema e dell'influenza della sua poetica su pellicole non direttamente tratte dai suoi scritti.
La rassegna, divisa in due parti, prederà in considerazione sia film direttamente tratti da novelle di Dick come Impostor, (dall'omonimo racconto del 1953) e Screamers - Urla dallo Spazio (dal racconto Modello Due sempre del 1953), sia da pellicole direttamente ispirate alla poetica di Dick, come Dark City, metafora della ricerca di un'identità e di una percezione della realtà perduta, e Cypher, che presenta anche esso come tema centrale la perdita dell’identità.

I film saranno preceduti da una presentazione a cura di Luca Oleastri, esperto di cinema di fantascienza ed allievo diretto dello storico del cinema fantastico Giovanni Mongini, nonchè tecnico degli effetti speciali per il cinema ed illustratore di genere fantastico.


PROGRAMMA

Martedì 7 Novembre
IMPOSTOR (USA 2002), regia di Gary Fleder, con Gary Sinise, Vincent D'Onofrio, Madeleine Stowe

Martedì 14 Novembre
SCREAMERS - URLA DALLO SPAZIO (USA 1996), regia di Christian Duguay, con Peter Weller, Roy Dupuis, Jennifer Rubin

Martedì 5 Dicembre
DARK CITY (USA 1998), regia di Alex Proyas, con Kiefer Sutherland, Jennifer Connelly, William Hurt

Martedì 12 Dicembre
CYPHER (USA/Canada 2002), Regia di Vincenzo Natali, con Jeremy Northam, Lucy Liu, Timothy Webber

Le presentazioni dei film e le proiezioni gratuite su grande schermo si terranno a partire dalle ore 20,30 presso la libreria Nessundove Shop, Via San Tommaso del Mercato 1/c, Bologna.

Per informazioni:

telefono: 051/269801
email: info@ndshop.eu
web: www.ndshop.eu



venerdì 27 ottobre 2006

Cosa possiamo vedere?

Che cosa vede uno scanner? Dentro la testa, dentro il cuore?
Vede fin dentro di me? Dentro di noi? In modo chiaro od oscuro?
Io spero possa vedere con chiarezza, perché io non riesco a vedermi dentro,
ormai. Vedo solo tenebre. Tenebre tutt'intorno; tenebre dentro
Spero, per il bene di ciascuno, che le olocamere facciano meglio.
Perché se all'olocamere è dato solo un oscuro scrutare, nel modo
in cui a me è dato, allora nostra è la maledizione, e tutti siamo maledetti,
così saremo spinti verso la morte, conoscendo poco o nulla, e quel poco,
e quel nulla, conoscendolo male.


- Philip K. Dick -


 Visto che non so che scrivere, o non mi va di scrivere fate un po' voi, posto questa bella citazione dickiana, che apre il volume del graphic novel pubblicato da pochi giorni basato sul film e sul libro di Dick "A scanner darkly": anche se è basato sul film (quello che i giapponesi, forse, chiamerebbero un anime book) questo cartonato è davvero ben curato, e i testi sono tratti, invece, dalla traduzione italiana di "Un oscuro scrutare". Direi che si tratta di una chicca per appassionati di Dick: la mia copia ancora odora di stampa (avete presente quell'odore fra colla e inchiostro?) e credo che la custodirò gelosamente.

mercoledì 25 ottobre 2006

A scanner darkly

A scanner darkly è da sempre considerato come uno dei libri più belli di Dick, ma anche uno dei più difficili, complessi ma soprattutto cupi, duri, forse il più "oscuro" di tutti, appunto.

Vedere il film tratto dal romanzo di PKD (una delle sue ultimissime opere), con la regia di Richard Linklater e con un bel cast, fa un certo effetto sia perché non può non farne trovarsi davanti a uno schermo che su cui è rappresentata la trasposizione di uno dei tuoi libri preferiti e perché il film è difficile da giudicare. Intanto, ed è subito un punto a suo favore, è molto fedele alla storia raccontata da Dick dopo un lungo periodo da lui vissuto in un centro di disintossicazione, e questo è molto positivo, visto che i racconti e i romanzi di Dick riadattati dal cinema spesso vengono stravolti.

Un oscuro scrutare racconta la storia di Fred (Keanu Reeves nel film), agente di polizia infiltrato in un gruppo di tossici per scoprire l'origine della produzione e della distribuzione della sostanza D (o M, se tradotta in italiano: M sta per morte), incredibilmente potente droga psicotropa in grado di distorcere la percezione della realtà (fino alla deteriorazione delle capacità cognitive) e origine di una dipendenza praticamente impossibile da combattere. Fred, nel gruppo in cui è entrato a far parte, è Bob, che ha ha una ragazza che è anche il suo spacciatore (Winona Rider) e che ospita in casa sua altri due tossici (Robert Downey Jr. e Woody Harrelson). Il protagonista si ritrova a dover assumere egli stesso sostanza M e a diventarne dipendente: a quel punto cominciano i suoi guai.





 







Mi sembra di aver raccontato a sufficienza la trama, ma senza entrare troppo nel dettaglio. Se andate a vedere A scanner darkly, piccola avvertenza, andateci sapendo bene cosa affrontate, altrimenti potreste vivere un'esperienza cinematografica respingente piuttosto che di coinvolgimento.

Nel complesso il film di Linklater mi è piaciuto, intanto, come detto, per la fedeltà a PKD e al senso profondo del suo libro, poi per l'originalità della tecnica di animazione digitale (in pratica "disegnando" sugli attori in carne ed ossa) che rende sul serio l'idea di estraniamento dalla realtà che una mente sotto sostanza D dovrebbe/potrebbe vivere (un piccolo appunto, questo effetto grafico può risultare però in alcuni passaggi un pò stancante: forse si poteva trovare un giusto mix con qualche ripresa "realistica"); è un film che sotto effetto di qualche allucinogeno secondo me dovrebbe dare risutati stupefacenti...




















Riconosco però che si tratta di una pellicola non facile da apprezzare, come detto per la tecnica particolare con cui è girata e per la tematica veramente dura, la discesa nel profondo della mente di un tossicodipendente. Però, si tratta di un film originalissimo, per certi versi sperimentale, che mi sento di consigliare a chi è disposto ad avere a che fare con qualcosa di diverso: poi, può piacere oppure no, fatemi sapere.

Chiudo segnalando la citazione finale della dedica di Dick in chiusura del libro, ripresa nel film, a tutti i suoi amici che hanno subito danni alle funzioni cognitive o psicologici o che sono morti (PKD sarebbe morto qualche anno dopo): davvero forte come chiusura, inevitabilmente emozionante.

lunedì 23 ottobre 2006

Dal Texas a Roma

Come annunciato sabato ho avuto modo di incontrare Joe R. Lansdale, lo scrittore texano che ha fatto un giro in Italia per presentare il suo ultimo libro, Echi perduti, a Lago D'Orta (dove ha ricevuto il premio Grinzane Cavour Noir), a Firenze, Bologna, da qualche altra parte per poi chiudere il viaggio a Roma, alla libreria del suo editore (o meglio di uno dei suoi due editori italiani). Tra l'altro questo Echi perduti, che ho recensito qualche post fa, è un buon libro e sta avendo anche un discreto successo.

Quindi, dopo un giorno di lavoro sono sceso dall'ufficio, proprio sopra la libreria (le coincidenze della vita), ho messo il muso dentro e mi sono accertato che mancasse ancora un po' all'incontro con Lansdale; dopo un giretto, ripasso davanti alla libreria e chi ti incontro? Ma proprio Joe R. Lansdale in persona (che avevo già visto lo scorso anno, alla stessa libreria) che mi saluta pure (è solo educazione, nient'altro naturalmente). Mentre lo scrittore viene intervistato da Rai e Sky, la libreria inizia piano piano a riempirsi, fino ad essere stipata quasi a scoppiare (è uno spazio relativamente piccolo, non stiamo parlando di un megastore impersonale dove chi ci lavora nemmeno ti degna di attenzione) e allora possiamo quasi cominciare.

Quasi, perché un piccolo rallentamento ha fatto sì che si attendesse l'interprete che stava finendo di parlare con i giornalisti. Sottolineo il rallentamento perché mi sono trovato gomito a gomito con S. F., l'editore, e ci ho scambiato quattro chiacchere, non nascondendo il piacere che ho a leggere i suoi libri e soprattutto, come sapete tutti, miei affezionati lettori, Philip K. Dick; S. F. si è fomentato e ci siamo messi a parlare di Dick e di "A scanner darkly", la versione cinematografica di "Un oscuro scrutare", che ho visto venerdì sera (film di cui parlare: a me è piaciuto ma potrebbe anche non piacere a chi non sa bene cosa aspettarsi; essendo molto fedele al libro è veramente duro da digerire, visto il tema della tossicodipendenza), e di cui S. F. ha appena pubbicato anche un graphic novel.

Ok, si inizia a parlare con uno degli scrittori più difficili da catalogare, se non come un maestro dei generi e della narrazione tout court. Dalle domande di Paolo Zaccagnini e da quelle dei suoi lettori Lansdale ha illustrato abbastanza bene il suo essere scrittore, a partire dalla passione per la lettura, iniziata con i comics, e dall'amore per i generi in ogni linguaggio, dai fumetti appunto fino a B-Movies dei drive-in che frequentava da ragazzino. I primi libri, l'amore per il mistero, per i grandi scrittori noir americani, la decisione da giovanissimo di diventare scrittore lui stesso.

Aspetto interessante della sua scrittura, come ho sottolineato più volte io stesso su questo blog, è la sua ecletticità sia in termini di tematiche che stilistica, essendo lui in grado di passare dall'umorismo nero al drammatico, al grottesco o al fantastico puro, rendendo difficile, come detto una classificazione dei suoi libri che spaziano fra horror, pulp, noir, crime e/o detective story.  Mi piace edivenziare poi che Lansdale nelle sue storie fa emergere l'amore per la sua terra d'origine, il Texas come detto, un Texas che è assolutamente fuori dagli stereotipi dei film western o dalla visione moderna fatta di petrolieri repubblicani che diventano presidenti degli Stati Uniti per andare a fare qualche guerra in giro per il mondo.



Personalmente quello che amo di Lansdale, e gli ho fatto anche una domanda in proposito, è che le sue sono prima di tutto storie, con personaggi dotati di una profonda umanità: Lansdale non cerca il colpo di scena o la suspence in qualche espediente puramente orrorifico oppure tecnico-scientifico alla CSI (si definisce ironicamente troppo stupido per inserire i metodi della polizia scientifica nelle sue storie) ma nell'evoluzione della storia e nella profondità che quasi sempre hanno i suoi personaggi.

Non c'è moltissimo altro da dire sull'incontro con Joe Richard (abbiamo scoperto tutti con sorpresa cosa significa la R) Lansdale (anche perché non ho preso appunti...), se non che ha evidenziato il suo amore per l'Italia e per i suoi fan italiani (tanto è vero che l'ultimo romanzo è pubblicato in anteprima in Italia e uscirà negli USA a febbraio) e che pensa di scrivere una delle prossime storie di Hap e Leonard (la scalcinata coppia di investigatori di libri come "Rumble Tumble" o "Il mambo degli orsi") ambientata proprio in Italia (come farà a farli uscire dal Texas sarà una vera sorpresa penso).

Termino con una nota personale: è veramente piacevole conversare con Lansdale, un tipo assolutamente alla mano e che si vede ama parlare e incontrare i suoi lettori. Almeno spero, visto che gli ho fatto autografare una pila di libri (e come me anche altri non si sono limitati all'ultimo romanzo).









(Joe R. Lansdale in posa)









(Joe R. Lansdale con Paolo Zaccagnini)









(Joe R. Lansdale che firma libri ai lettori)









(Joe R. Lansdale ed io: peccato che questa di foto non sia venuta molto bene)

venerdì 20 ottobre 2006

Appuntamento per domani, ore 19

Domani pomeriggio che fate? Ho già scritto la settimana scorsa che domani, sabato 21 ottobre, ore 19 (forse anche qualcosa prima) alla Libreria F. di Piazza Madama corro ad incontrare Joe R. Lansdale, che presenta il suo ultimo libro in Italia. Ne approfitterò per farmi autografare un po' di libri (lo scorso anno me ne feci firmare due, domani vado con lo zaino pieno) oltre che per scambiare due parole con un autore che è ormai diventato un cult in Italia, il paese dove, pare, i suoi libri sono più apprezzati (tra l'altro, se la locandina appesa nella vetrina della libreria dice il vero, "Echi perduti" sta avendo un gran successo, con 40 mila copie vendute in un mese).





Quindi domani, dopo aver fatto il mio turno di lavoro, scendo dall'ufficio e vado direttamente da JRL. Poi, posterò un resoconto dell'incontro come ho fatto già lo scorso anno (sempre che emerga qualcosa di nuovo da raccontare: chissà magari ai lettori rifila sempre le solite palle), almeno per il mio puro piacere personale.





Ieri tra l'altro sono già passato in libreria, come faccio spesso, troppo spesso forse. Troppo spesso, al punto che la tipa carina che mi saluta sempre quando passo e mi fa sempre lo sconto (credo che parte del suo stipendio in realtà glielo paghi io...) ieri, mentre come al solito acquistavo un paio di libri mi fa "Certo che ti piacciono proprio tanto i libri F." (per la cronaca ho preso "Futureland" di Walter Mosley e "Jerry Cornelius: programma finale" di Micheal Moorcock), e che gli potevo rispondere se non dicendo che mi sono affezionato a quest'editore leggendo PKD? Spero che la mia identità ora non sia stata scoperta... Comunque, morale della favola, amo essere immerso nell'immaginario, al punto da perdermi (vedi citazione di Evangelisti sopra), e quando ho voglia di fantascienza cerco la qualità, soprattutto per sperimentare cose nuove, anche sei i due libri citati dovranno aspettare un po' per avere l'onore di esser letti.




Insomma per chiudere non mi resta che ricordarvi l'appuntamento per domani, ore 19.

venerdì 13 ottobre 2006

Pentiti e non peccare più!

Pentiti e non peccare più! Tu così dedito all'edonismo e al consumismo, così attento ai soldi e a spendere e a consumare e a lasciarti andare ai vizi più sfrenati. Pentiti, ma prima pecca, sennò come fai a pentirti?






 





Un mondo di colori che fermano immagini, attimi e simboli del mondo contemporaneo, che lasciano ai posteri, a gloria imperutira, le immagini di icone e divi. Immagini rielaborate, ri-mediate, dal significato stravolto: non elegie celebrative, non solo elegie celebrative, ma esaltazione delle contraddizioni del '900, con il dollaro al fianco della falce e del martello, capitalismo e comunismo, con la statua della libertà che evoca guerra, con i divi immortalati che credono di diventare immortali ma mostrano solo la vanità umana, forse il peccato più peccato di tutti.









L'uso di un immaginario e allo stesso tempo la creazione di un immaginario; un immaginario patinato che cela dolore e morte: disastri automobilistici che, fotografati e serigrafati su tela, fotografano a loro volta una società in cui la tecnologia diventa un veicolo sul quale viaggiare fino alla morte. Morte che è affascinante perché non cela, non nasconde, è diretta e immediata, non si ricopre di colori e quando è violenta e improvvisa blocca il protagonista nel mito e ne fa un'icona.



 








La massima esaltazione dell'opera d'arte senza aura, l'opera arte dell'era della riproducibilità tecnica accessibile a tutti, che tutti conoscono, a cui ognuno in fondo dà il proprio significato; l'opera d'arte che non è importante per il lavoro dell'artista che gli conferisce aura, ma diventa importante in quanto prodotto della modernità, con significati che non sono più estetici ma economici, culturali, sociali;



 



 


L'artista che diventa opera d'arte e merce e spettacolo egli stesso, che si concede e concedendosi dà l'illusione di 15 minuti di celebrità. L'artista che diventa opera d'arte nella preparazione del trucco della sua futura morte; l'artista che trasfigura prima di tutto se stesso, concedendosi agli sguardi altrui, che cercano chissà quali reconditi significato.





L'unico significato, forse, è che la salvezza e la redenzione e la resurrezzione costano solo 6,99 dollari, e viaggiano in Harley.






 

giovedì 12 ottobre 2006

Echi perduti

Visto che ieri ho scritto del giro di incontri di Joe R. Lansdale in Italia, dedichiamogli un po' di spazio: pochi come lui hanno saputo lavorare sui generi innovando continuamente passando dal pulp allo splatter all'horror al thriller al noir al fantastico (soprattutto nei racconti), a volte anche nello stesso libro.



Recentemente ho letto l'ultimo romanzo pubblicata in Italia da Lansdale, Echi perduti, che oscilla fra l'horror, il thriller e il romanzo di formazione, e come al solito mi è piaciuto, soprattutto per due aspetti che secondo me nello scrittore texano sono prevalenti: i dialoghi, sempre calibrati sia come contenuti che stilistamente, ed il finale, ricco di suspence come quasi sempre nei libri di Lansdale.



Harry, il protagonista di Lost Echoes, da bambino, dopo una violenta forma di orecchioni, ha acquisito una capacità sovrannaturale, quella di rivedere davanti a sé episodi del passato, quasi sempre violenti, non appena un suono richiama, dagli oggetti presenti al momento di incidenti o delitti, l'evento. Crescendo, Harry soffrirà sempre di più per queste sue visioni fino a gettarsi nell'alcol per sopire le sue percezioni.

Secondo me la bravura di Lansdale sta soprattutto qui, nel racconto di come sarebbe la vita di una persona che deve stare attenta a dove mette i piedi per non scatenare ricordi (non suoi) del passato, sempre legati a fatti di sangue e di violenza, costruendo, quindi, una storia che racconta la crescita di Harry e la sua progressiva consapevolezza di dover affrontare a viso aperto un problema, anzi due, l'alcol e le visioni. Allora, ecco un altro tocco tipico di Lansdale, che trova a Harry un punto di riferimento, Tad, ubriacone che cerca a sua volta di uscire dall'alcol; Tad e Harry stabiliranno un rapporto un rapporto di sostegno reciproco, con l'uomo di mezza età che insegnerà al giovane a trovare il suo equilibrio attraverso l'equilibrio che danno le arti marziali (Lansdale stesso è un maestro di arti marziali, e ha registrato un suo stile di lotta).



Raccontata così questa storia forse perde qualcosa, ma fidatevi, si tratta di un buon romanzo, anche se non propriamente di un capolavoro, che porta il lettore a voler vedere la fine (almeno spero), poi ci sono anche un paio di ragazze che girano intorno ad Harry, quindi magari il libro andrebbe letto almeno per loro.

mercoledì 11 ottobre 2006

C'è qualcosa di strano?

C'è qualcosa di strano se, un paio di sere fa, ho sognato di fare il secchione a "La pupa e il secchione?" (cazzo ho sbagliato carriera! Già mi vedo con il sottopancia nel confessionale con scritto "Dp - esperto in Philip Dick e fantascienza"; e poi chissà che non rimorchiavo, in fondo sono molto meno nerd dei partecipanti al programma)


C'è qualcosa di strano se, ieri, incontro, vicino all'ufficio, per ben due volte Stefania Prestigiacomo e la prima cosa che mi è venuta da pensare non è "toh, guarda l'onorevole Prestigiacomo di Forza Italia" ma "accipicchia che bell'esemplare di femmina umana" (natuarlmente non posso riportare le parole esatte che ho pensato). Lo ammetto sono stato stregato dalla Prestigiacomo, davvero un gran pezzo di... Quasi quasi mi iscrivo a Forza Italia...


C'è qualcosa di strano se scaricando la posta mi arriva la newsletter del mio editore preferito (sempre quello che "mi" pubblica in quanto Philip Dick) e la trovo una mail bellissima, visto che Joe R. Lansdale la prossima settimana sarà in Italia per presentare il suo ultimo libro, che ho già letto e mi è piaciuto, "Echi perduti"? No, perché il 21 ottobre, ore 19 ne approfitto per farmi autografare un altri po' di libri dopo i due dello scorso anno. Nel caso qualcuno fosse interessato io il 21 ottobre sono a piazza Madama, fatemi sapere (sul sito www.fanucci.it trovate il calendario completo degli incontri).


Vabbè, due cavolate le ho scritte per oggi.


 

martedì 10 ottobre 2006

Oh Google, Google, perché sei tu, Google?

E' di oggi la notizia che Google ha acquistato per 1,65 miliardi You Tube, il sito dove chiunque può caricare un proprio video e renderlo condivisibile a tutti. Fin qui, non che mi importi più di tanto, liberi di fare quello che vogliono.


Mi incuriosisce però il fatto che proprio il motore di ricerca più usato nel mondo (e tutti prima o poi ci siamo rivolti adoranti al suo oracolo per sapere tutto dello yak tibetano, dei mosaici bizantini o del voodoo: non so che interessi abbiate, tiro a indovinare) sia al centro di molte polemiche, come ogni cosa che diventa troppo grossa per essere realmente libera e indipendente. Google cresce sempre di più, con nuovi servizi come il "Google archive news search" (che consentirà di accedere agli archivi digitali di alcuni giornali) o con il sempre più ambizioso progetto di digitalizzazione dell'intera cultura umana, attraverso una mastodontica biblioteca universale che contenga milioni di libri sui quali non vige il copyright.




Al di là di questo, segnalo sull'Espresso della scorsa settimana un interessante articolo sulle critiche mosse a Google, a cominciare da seri problemi di tutela della privacy per chi usa il suo servizio e-mail (non saprei di preciso se è vero o no, visto che non uso G-mail) o dal suo adattamento alle regole della censura dei vari paesi in cui è presente, come in Cina. Interessante è la critica del gruppo di copyleft Ippolita, che nel libro "The dark side of Google" (in uscita in Italia nel 2007) attacca soprattutto il tentativo di Google di indicizzare quanta più parte di Internet possibile, con lo scopo o il risultato di fatto di imporre una certa visione del mondo nel momento in cui si cercano delle informazioni, quindi un punto di vista soggettivo che è anche molto geo-politico (un gruppo indipendente ha dato vita a Google World Wide Search, per mettere a confronto i risultati delle ricerche per parole chiave delle 20 versioni di Google).




Insomma anche Google pare abbia i sui peccatucci e i suoi difettucci (c'è chi segnala comunque fra i difetti principali l'inefficienza nel presentare le informazioni, ma questo rimanda ai limiti del web tradizionale, superabili piuttosto con un approccio semantico), anche se alla fine penso che ognuno continuerà a usare il motore di ricerca come ha sempre fatto, anche perché per quanti problemi possano esserci nell'uso quotidiano alla fine soddisfa sempre tutti (e gli utenti meno smaliziati come il sottoscritto difficilmente potranno smettere di appoggiarsi ad una qualche mediazione, di Google o di chiunque altro, nelle loro navigazioni e ricerche).


Mi chiedo, chi comprerà mai Splinder, per la gioia dei suoi creatori? E nel caso spetterebbe qualcosa a noi blogger?

venerdì 6 ottobre 2006

Andata e ritorno su Marte

Questa estate ho fatto un giretto su Marte e mi è venuta voglia di raccontarvelo.

Naturalmente si tratta di un viaggio immaginario, questo su quello che prima che un pianeta del sistema solare è un insieme di suggestioni, sogni, storie, insomma una figura archetipica del nostra immaginario che fra film, libri, storie ha fatto sì che se dobbiamo pensare ad un alieno, questo è invariabilmente prima di tutto un marziano; e il marziano è comunque l'altro, il diverso, che nella fantascienza e non solo ha rappresentato spesso una figura metaforica per parlare di incomunicabilità e distanza culturale (oltre che tutte le "guerre dei mondi" raccontate, ma mi sto riferendo ad altri aspetti come avrete capito).

Tornando al viaggio di cui vi dicevo. L'ho fatto accompagnato da Robert A. Heinlein e dal buon PKD, Philip K. Dick, naturalmente, attraverso due libri che sono senza dubbio due capolavori, ovviamente del genere ma se riuscite ad andare oltre gli steccati non potrete che apprezzare due libri che hanno molto da dire.



Comincio da Heinlein. Straniero in terra straniera è prima che uno dei libri più famosi di Heinlein uno dei più controversi, almeno rispetto alla sua opera complessiva. Robert Heinlein è stato spesso considerato un conservatore guerrafondaio, ma le sue storie sono soprattutto grandi avventure di formazione spesso rivolte ad un pubblico adolescenziale, che certo non si aspetta grandi riflessioni filosofiche. Stranger in a strange land invece si discosta dall'intera produzione heinleiniana proprio a partire dalla complessità e dalla modernità dei temi trattati, nonché da una maggiore ricchezza linguistica.


Micheal Valentine Smith è l'unico sopravvissuto della prima missione umana su Marte, rimasto sul Pianeta Rosso da bambino e allevato dai marziani appunto. E cosa succederebbe se un essere umano che non ha mai visto la Terra e gli esseri umani venisse riportato sul suo pianeta d'origine? Accadrebbe, come accade a Smith, che l'uomo in questione non avrebbe nemmeno gli strumenti culturali per comunicare e dovrebbe iniziare la sua educazione, sociale e culturale, da capo. Nel romanzo di Heinlein, Smith non sa ridere e non sa mentire, perché la cultura marziana non prevede né il riso né la menzogna (faccio notare che nella filosofia antica l'uomo veniva distinto dagli animali per il riso, e che la menzogna è considerata la prova che la significazione esiste e che può esserci comunicazione fra gli uomini, che sono in grado di comprendersi anche quando mentono [Eco, Trattato di semiotica generale]). Heinlein, scrittore solitamente di azione e poco attento alle questioni psicologiche e culturali, disegna un quadro affascinante, intelligente, pieno di trovate originali circa il processo di apprendimento di Smith ed il confronto fra la cultura marziana e quella terrestre, che finiranno per incontrarsi; Smith, dopo aver scoperto il riso, la menzogna e naturalmente il sesso, diventerà il portatore di una nuova visione del mondo e della vita, sincretica rispetto alle due culture, professando la piena libertà individuale, il superamento dei vincoli ideologici, religiosi e sociali (sottilmente anarcoide, direi) e la pratica del libero amore come risultato attraverso esplicare tutto ciò (fortemente fricchettone, direi).



Ecco, qua: in realtà più che un viaggio su Marte è un viaggio di andata e ritorno fra le contraddizioni della nostra civiltà, in cui, come dicevo, il Pianeta Rosso è come, quasi, sempre un modo per parlare d'altro.


Visto che mi sono dilungato più del previsto, dei marziani di Dick, scrivo nei prossimi giorni (sempre che qualcuno sia interessato, ovviamente).

mercoledì 27 settembre 2006

Si fa sesso giocando, o si gioca facendo sesso?

Sull'Espresso di questa settimana ho letto una notizia sfiziosa: sono in uscita alcuni giochi di ruolo virtuali interamente dedicati al sesso. Un po' come in The Sims l'utente deve scegliere e creare il proprio avatar, e poi iniziare a giocare in multiplayer per realizzare quante più conquiste possibile, e soprattutto rapporti sessuali.



Naughty America pare sia destinato a diventare il riferimento per questo tipo di giochi; leggo sempre sull'Espresso (non ho guardato ancora il sito, dove dovrebbe essere disponibile una versione beta del gioco) che gli ideatori più che a puntare ad un realismo in 3D hanno insistito sulle possibilità di relazione fra i vari utenti (tanto è vero che la grafica è molto meno sofisticata di quella a cui ormai ci si è abituati); quindi si entra in rete con il proprio avatar e si gira per il mondo virtuale del gioco per incontrare ragazze e ragazzi (naturalmente non è dato sapere se il sesso dell'avatar corrisponda a quello dell'utente reale) e cercare di ottenere un appuntamento o, se le cose vanno bene, di andare direttamente a casa dell'uno o dell'altro (naturalmente la casa virtuale) per dedicarsi al sesso sfrenato: più sesso fa il nostro avatar più posizioni impara rispetto a quelle predefinite nel gioco, quindi cercate di rimorchiare giocatori/giocatrici esperti/e perché hanno molto da insegnare... Naturalmente sono ammessi anche i due di picche.



Un altro gioco sullo stesso genere, molto più voyeuristico, pare, è Red Light Center. E, ancora, ci sono proposte orientate al sadomaso e al feticismo (Rapture online), insomma per andare incontro a tutti i gusti.



Resta da riflettere due secondi su questi giochi, l'ultima evoluzione del sesso virtuale, che mescolano una parte strettamente ludica con dinamiche che sono comunque di relazione interpersonale; sta poi all'utente e alle sue caratteristiche far prevalere l'una o l'altra dimensione. La morale però è che tutto sommato ogni cosa gira intorno al sesso: sarà pure vero magari però è anche riduttivo, o no? Ma tanto è solo un gioco, forse...

venerdì 22 settembre 2006

Il complotto contro l'America

Se questo pc che richiede interventi urgenti me lo fa fare provo a scrivere un bel post su un gran libro che ho letto di recente.


Si tratta di Il complotto contro l'America di Philip Roth. Il grande scrittore americano si è cimentato in uno dei suoi ultimi libri con una vicenda a sfondo storico partendo da un momento preciso e cambiandolo, ribaltandone l'esito. Come sarebbe stata l'America se nelle elezioni presidenziali del 1940 invece di vincere Roosevelt avesse prevalso Charles Lindbergh, il famoso aviatore dalle tendenze antisemite? Sarebbe successo che gli Usa, mentre in Europa imperversava la guerra, avrebbero scelto una politica isolazionista, non solo lasciando l'Inghilterra al suo destino ma anche stipulando patti con la Germania nazista e con il Giappone, assicurando a entrambi i paesi carta bianca per conquistare l'Europa e l'Asia.




Su questo sfondo storico alternativo a quello reale, si svolge la vita della famiglia Roth, i genitori Herman e Bess e i figli Sandy e Philip, che come quasi tutte le famiglie ebraiche di Newark e degli Usa vedrà clamorosamente cambiare il proprio paese e soprattutto la propria vita. Se il complotto del titolo, per i lindberghiani, è quello ebraico, per gli ebrei e per tutti quelli che amano la democrazia è quello di un presidente e di una classe dirigente che avvia l'America, forse, verso una fascitizzazione, a cominciare dalle sottili politiche per indebolire le comunità ebraiche.


Il libro di Roth è documentatissimo storicamente, racconta le grandi vicende della storia e le spiega attraverso un filtro del tutto particolare, quello del "cosa sarebbe successo se...", per semplificare il concetto a nostro uso e consumo. Roth racconta allora una vicenda credibile (e incredibile allo stesso tempo) e coerente, che ci fa vedere un'America diversa di quella roosveltiana, in cui covano sentimenti antisemiti e tendenze autoritarie, squarciando un velo e mostrandoci probabilmente una "storia" che non ha mai avuto modo di essere scritta nei libri ma che forse era pronta a venir fuori. Ma proprio perché il libro si basa comunque sugli avvenimenti reali di quegli anni, a un certo punto la Storia, in cui ogni personaggio trova un posto sullo sfondo del quadro, prende il posto della "storia" raccontata da Roth, e tutto torna al suo posto.


E la famiglia Roth e tutti quelli che le ruotano intorno svolgono il proprio ruolo conducendo le loro vite comuni. Ed ecco allora un altro modo per guardare a questo libro: l'occhio di un bambino che racconta prima di tutto, accanto ai grandi avvenimenti, la vita della propria famiglia, le forze e le debolezze dei propri genitori, il rapporto non sempre semplice con il fratello. E allora Il complotto contro l'America è anche un modo per lo scrittore di raccontarci la propria famiglia, senza mai cedere al sentimentalismo e alla mera nostalgia (cosa impossibile per quello che è uno dei più grandi scrittori contemporanei).

mercoledì 6 settembre 2006

La città trema, la polizia si incazza (col cazzo)

Non si tratta del titolo di un B-Movie poliziesco italiano degli anni '70, ma di una storia di vita vissuta: un docu-drama o una docu-fiction per dirla all'americana. 

Roma, notte (forse le 3 o le 4 di notte), un paio (forse di più, forse di meno) di delinquenti entrano in un appartamento al primo piano arrampicandosi sul balcone aiutandosi col tubo del gas, passando da una porta-finestra sul cortile interno del condominio. Alzano la serranda stupidamente non barricata (ma se le cose non accadono non penseresti mai che possano capitare a te), entrano nell'appartamento fanno un giro veloce, arraffano quello che possono, controllano il bottino sul balcone e se ne vanno da dove sono venuti: in tutto non ci avranno impiegato più di 5 minuti.

Inutile dire che l'appartamento è quello della mia famiglia; dormivamo tutti, nessuno si è accorto di niente, e per fortuna nessuno si è svegliato: in questi casi pensare al peggio non è mai sbagliato. Inutile anche raccontare la paura e l'angoscia, l'agitazione e l'assoluto senso di frustrazione e vulnerabilità. Ti entrano in casa mentre dormi, entrano nella stanza dove dormi e portano via il cellulare (comprato una settimana fa perché l'altro o è stato rubato o è andato perso: doppia sfiga) e poi in quella di tua sorella e portano via cellulari e pc portatile aziendali. Fortunatamente solo questo, però del danno economico a chi gliene frega?

Mattina: ci accorgiamo del furto, chiamiamo il 113.

Stefano: Vorrei denunciare un furto, bla bla...

Poliziotto 113: Ma voi eravate in casa?

S: Sì.

P: e non vi siete accorti di niente?

S: Eh.

P: e com'è possibile (tono ironico).

Stefano pensa vaffanculo stronzo che campi con le mie tasse, alla faccia di Berlusconi e di Pisanu e della lotta alla criminalità e al poliziotto di quartiere ma non dice niente e chiede cosa fare.

Arrivano due agenti a casa. Raccontiamo cosa è successo.

Mamma: vede, sul tubo del gas ci sono le ditate e le manate, non prendete le impronte? (troppi telefilm: dove cacchio sono quelli di CSI?)

Poliziotto: Tanto qui non si rileverebbe niente. Questi quando li troviamo?

Vabbé: posso capire l'impotenza di fronte a certe cose, però almeno facessero finta di fare qualcosa cazzo!

Famiglia: E ora che dobbiamo fare?

P: andate in commissariato a fare la denuncia.

Famiglia: ma non possiamo farla a voi?

P: No

(Stefano pensa di nuovo: ma come fra le grandi innovazioni nella lotta alla criminalità del precedente ministro dell'Interno veniva sbandierata la possibilità di fare la denuncia direttamente agli agenti che venivano a casa! Non c'è mai fine all'indignazione a come vanno le cose in questo paese e a come sono andate...)

Infine, vado al commissariato di zona per fare la denuncia: aspetto una mezzora abbondante che arrivi il poliziotto addetto, che evidentemente non ha orari da rispettare, grazie alle laute tasse che paghiamo. Arriva un ispettore e dice di aspettare un po' che deve andare a fare colazione (mi sembra giusto, povera stella). Alla fine, faccio la denuncia a un altro poliziotto, e fine delle formalità.

Ecco una grande avventura da raccontare, e per fortuna che la posso raccontare...

domenica 3 settembre 2006

Ciao belli, come va? Dopo una settimana di noioso lavoro penso sia giunto il momento di scrivere due righe, tanto per non far sentire solo soletto il mio blog.



Non mi dilungo, c'è veramente poco da raccontare delle ferie e ancora meno dei soliti buoni propositi che contrassegnano ogni inizio d'anno (penso ancora in termini di anni scolastici... Settembre mi sembra il momento migliore per pensare a un qualche inizio invece che il mese di gennaio).





Per il momento, in attesa di trovare la costanza per scrivere qualche recensione dei libri letti quest'estate, vi segnalo una cosa curiosa: non faccio in tempo a comprare in edicola al prezzo di 9,90 euro "Mulholland drive" di David Lynch, uscito con Ciak e Blob mi ha mandato in onda, ieri sera, "lynchipit", omaggio al grande regista che riceverà il leone d'oro alla carriera: praticamente è andato in onda mezzo "Mulholland drive": sarete d'accordo con me nel giudicarlo un capolavoro seppur praticamente incomprensibile nello svolgimento narrativo (ammetto i miei limiti) ma con una stupenda scena lesbica fra Naomi Watts e la mora di cui non ricordo il nome. Chissà perché quella sequenza rimane impressa...

sabato 12 agosto 2006

Vacanze!

Vabbè, io vado in vacanza, finalmente. Ho finito di lavorare, dopo quasi un anno di fatica: se ne riparla a settembre, e chissà che non ricominci a postare un po' più frequentemente, magari con qualche avventura mirabolante da raccontare...


Ciao a tutti, ci si vede fra un paio di settimane!


ps: avrei una bella lista di libri da recensire, ma mi sa che ormai ho perso il treno. Comunque, chi vuole, può provare a dare un'occhiata a Nel nome di Ishmael di Giuseppe Genna, a Antracite di Valerio Evangelisti, a Noi marziani di Philip K. Dick. E ho una lista lunga così di libri fra cui scegliere cosa portare in vacanza...

lunedì 31 luglio 2006

Aiutiamo il Manifesto

Eccomi qua, dopo tanto tempo, per una iniziativa importante a cui mi sento di aderire e invitare altri a fare altrettanto.


Come forse saprete Il manifesto è in difficoltà e rischia di chiudere, essendo il giornale una vera cooperativa editoriale e non avendo un editore alle spalle. Da qualche settimana la redazione del Manifesto ha lanciato una sottoscrizione per trovare i mezzi per sopravvivere, almeno fino alla prossima emergenza. Chiunque volesse fare un versamento su c/c postale, bancario o con carta di credito trova le coordinate sul sito del giornale.


Personalmente non sono un lettore abituale del Manifesto, di solito lo sbircio in biblioteca o lo scrocco, però di fronte al rischio questa voce non possa più urlare la propria indignazione per quello che non va in questo cazzo di mondo mi sento in dovere di dare il mio piccolo (piccolissimo) contributo in nome della libertà di stampa, senza padroni se non gli ideali e la passione. Stamattina i miei pochi euro li ho versati, speriamo che in molti altri seguano l'esempio dei moltissimi che già lo hanno fatto.

giovedì 15 giugno 2006

Il senso della vita lo trovate su Titano

"L'umanità ignara delle verità che sono chiuse dentro ogni essere umano, guardava fuori, esercitava la sua pressione sempre verso l'esterno. Ciò che l'umanitò sperava di imparare nella sua spinta verso l'esterno era chi fosse veramente responsabile di tutta la creazione, e quale senso avesse tutto il creato".

Kurt Vonnegut come sempre si distingue per lo stile assolutamente libero ed ironico, ed anche con Le sirene di Titano non si smentisce, raccontando come fosse l'umanità prima che dopo aver esplorato tutto l'esplorabile capisse che il senso della vita fosse da trovare nell'interiorità. Però questa umanità, o almeno alcuni suoi rappresentanti, qualcosa alla fine lo aveva capito, e questo racconta il romanzo di Vonnegut.

I personaggi di questo romanzo del 1959 (il suo secondo) sono Winston Niles Rumfoord, miliardario eccentrico che in un viaggio verso Marte finisce in un infundibolo cronosinclastico, un luogo spiraliforme nello spazio che consente che ogni cosa sia ovunque nello stesso momento, e quindi lui stesso ed il suo mastino Kazak. Poi c'è il dissoluto miliardario Malachi Constant, così fortunato che lassù qualcuno lo ama, ma che ha un destino già scritto che lo porterà lontano, su Marte, su Mercurio e su Titano, alla ricerca delle sirene. Poi la moglie di Rumfoord, Beatrice, il tralfamadoriano (del pianeta Tralfamadore) Salo e qualche altro che non vale la pena citare.

Malachi Constant, Rumfoord e sua moglie sono legati dal destino (o da qualcun altro), vivono in una Terra dove si fa la guerra e si prega un Dio che si interessa di quello che accade. Poi, non sarà più così, si pregherà il "Dio del tutto indifferente". E anche le guerre saranno diverse, l'umanità sarà più fraterna. Dal momento della caduta di Rumfoord nell'infundibolo cronosinclastico si avviano delle reazioni a catena, per uno scopo specifico: lo scopo della vita sulla Terra. Perché tutto ha un senso e un significato, se ogni cosa "è" in qualsiasi momento ed in qualsiasi posto (concetto poi ripreso in Mattatoio n. 5).

Questo libro è un romanzo satirico, ed oggetto della bella satira di Vonnegut sono sempre gli stessi temi, quelli che successivamente svilupperà con maggiore maturità stilistica (assolutamente post-moderna in La colazione dei campioni): la guerra e le gerarchie militari, la religione in ogni sua forma, la società dei consumi. Leggere Le sirene di Titano è un modo divertente per cercare di capire alcune cose del nostro mondo, ed ovviamente che ci stiamo a fare noi sulla Terra (sicuri di volerlo sapere?).

venerdì 9 giugno 2006

Sciopero!

Buongiorno a tutti, cioè a me e pochi altri. Una settimana di lavoro finisce (prima stavolta perché domani mi sono preso un giorno di ferie), e chissà se ne inizia un'altra, sigh.


Sapete, sono giorni un po' incasinati: al lavoro siamo in sciopero (bianco) per rispondere ad una situazione ormai insostenibile. Per ora si è scelta una linea morbida che vuole essere di dialogo, insomma andare al lavoro, assicurare l'indispensabile e poi cazzeggiare tutto il tempo (tra l'altro ci sono posti di lavoro dove si cazzeggia comunque gran parte del tempo: mi sono sempre chiesto come fa certa gente a postare, leggere i blog altrui, chattare mentre teoricamente dovrebbe lavorare). Se le nostre richieste non verranno accettate, beh, sarà lotta dura.


Non so perché ma qualcosa mi fa pensare che debba iniziare seriamente a prendere in considerazione l'ipotesi di trovare un nuovo lavoro. Le situazioni di crisi sono quelle che ti danno una spinta (un calcio in culo più che altro) a metterti d'impegno a cercare altro. La contingenza pratica, il fabbisogno quotidiano (stipendio per dirla in altro modo) non è la sola motivazione. Mi sono laureato un anno fa e poco più, non ho alcun profilo professionale definito ed è ora che me lo crei. Dove ho lavorato in questi mesi sono stato bene, e ringrazio una cara amica che mi ha aiutato (e che vorrei aiutare anche io in qualche modo, invece di farla incazzare sempre), mi sostiene e mi da fiducia ogni giorno che vado in ufficio.


Insomma, è un momento un po' di cambiamento, o almeno di cambiamenti che vorrei. E nel lavoro finiscono per entrarci anche tante altre cose: è solo un aspetto. Un tassello da piazzare da qualche parte, per metterne altri 10 o 100. Intanto trovare un nuovo lavoro non è per niente facile: prima di buttarmi a capofitto su qualsiasi annuncio vorrei provare a fare esperienze utili per definire meglio le mie capacità e non abbandonare la strada che ho intrapreso con gli studi.


Nubi all'orizzonte, decisamente. Il fatto è che, come sempre, sono preda dell'incertezza dell'apatia: mi sveglierò mai?

lunedì 5 giugno 2006

Il giro del mondo post-millenario di Pepe Carvalho

"La sola pietà possibile per un secolo così fallito sarebbe la costruzione di un parco a tema con tutti gli eccessi di un falso centenario. Di fatto, il XX secolo era cominciato con la rivoluzione sovietica ed era finito con la scomparsa dell'Unione Sovietica per poi prosperare in una confusa installazione del rapporto spazio-tempo commercializzato con il marchio di 'Millennio'. Siamo ancora in pieno millennio, sconcertati per la mancanza di prodigi millenaristi, se si esclude la distruzione delle Torri Gemelle di New York. Rimangono sempre i padroni, i re e gli dei, anche se è del tutto scomparsa la capacità di mitizzazione che ci era rimasta."

Manuel Vàzquez Montalbàn - Millennio 1. Pepe Carvalho sulla via di Kabul


Al di là di queste riflessioni, che come è evidente spiegano perché Vàzquez Montalbàn abbia intitolato Millennio il suo ultimo romanzo (la seconda parte è stata pubblicata postuma), vi consiglio vivamente di leggere le avventure di Pepe Carvalho in giro per il mondo insieme al fidato Biscuter, che rivelerà doti e una personalità che al suo stesso datore di lavoro erano sfuggite in tanti anni. I due partono per fare il giro del mondo, inseguiti da una oscura setta massonica, con i nomi di Bouvard e Pecuchet (dal romanzo di Flaubert), con un itinerario fatto di luoghi della memoria e luoghi mitici, da costruire quasi giorno per giorno. Così Carvalho e Pecuchet arrivano in Italia, a Genova e a Roma (Montalbàn consiglia il ristorante Checchino dal 1887, da provare, dove i due protagonisti si imbattono in una riunione di Slow Food), poi a Paestum, e giù per la Grecia, la Turchi, il Medio Oriente, e incontri sempre più misteriosi e pericolosi li porteranno nelle ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale, per arrivare nella Kabul del dopo-talebani, per poi ripartire alla volta del Pakistan, dell'India e poi dell'est asiatico.

Questo viaggio del mondo in non si sa quanti giorni è una sorta di commiato di Pepe Carvalho dal mondo e dalla vita, ed è un ritratto di un mondo all'inizio del nuovo millennio, non tanto diverso da quello precedente: fra le bellezze artistiche e naturali (ed enogastronomiche: Montalbàn mette insieme un'ottima guida di viaggio per chi volesse seguire le orme dell'investigatore privato) si muovono le divisioni politiche, sociali, culturali del nostro mondo, diviso fra nord e sud. Oltre che per il piacere della lettura si tratta di un romanzo che ha anche un certo spessore sociologico, e Montalbàn non si nasconde mai nel dare i suoi giudizi, pur dietro l'apparente cinismo di Carvalho.

giovedì 25 maggio 2006

Emozioni e brividi in bici

Si possono avere i brividi se si guarda la tv? Brividi di emozione e nostalgia, si intende. Sì, se si rivedono le immagini delle imprese di Marco Pantani.

In questi giorni di Giro d'Italia l'antica passione viene fuori, spumeggia, erutta come un vulcano, e allora c'è voglia di riprendere la bici, rimettersi in condizioni decenti e ritornare a pedalare, pedalare per pedalare, senza altro scopo. Perché non si fa tanta fatica (anche ad andare piano si fa fatica in bici quando è tanto che non la prendi e non hai nelle gambe nemmeno quella cinquantina di chilometri che una volta facevi solo per sgranchirti). Non è un caso che a forza di vedere il Giro, la festa di maggio, come ogni anno si moltiplica la voglia di mettersi in sella. E così se il mondo del ciclismo e non (soprattutto "e non") scopre la grandezza di un campione come Ivan Basso, io mi metto mi metto a pedalare, e se nessuno lo saprà mai e mai si metterà sul bordo di una strada a tifare per me non conta perché il tifo ce l'ho nella testa, che scandisce il passo pedalata dopo pedalata, e se vai piano non importa, la fatica è la stessa, la gioia pure, e, credetemi, difficilmente mi sento così completo e realizzato come in bici: per qualche ora ci si può estraniare e pensare solo alla strada, al colpo di pedale da tenere, al rapporto, e concentrarsi sui muscoli, sulla respirazione e sulla posizione da tenere in sella.

Ecco, queste righe per far capire l'amore per la bicicletta, che trascende le imprese dei campioni. E così con grande piacere stamattina e giovedì scorso ho visto le due puntate del bel documentario de "La storia siamo noi" di Minoli dedicate alla storia del Giro d'Italia, "La festa di maggio" (i volenterosi potrebbero/dovrebbero trovarle sul sito della trasmissione che, se non raccontano cazzate, contiene un archivio on-line di tutte le puntate). E così, la nascita del Giro, Luigi Ganna, il primo vincitore, i primi campioni e campionissimi, Girardengo, Guerra, Binda, poi Bartali, Coppi e la loro immensa rivalità, fino all'era moderna (era moderna trattata en passant, ma forse è giusto così visto che è stato il ciclismo eroico a fare la leggenda) con Merckx, Gimondi, Saronni, Moser, Bugno (chi mi conosce sa che il grande Gianni Bugno è stato il mio idolo da bambino e tuttora quando lo rivedo mi commuovo) e Marco Pantani, il Pirata, il Panta, chiamatelo come volete, l'unico ciclista moderno che ha saputo far rivivere la leggenda del ciclismo antico con le sue imprese straordinarie e la sua storia di uomo travagliato e con una interiorità difficile da decifrare, eroe e antieroe allo stesso tempo.

Quando il 14 febbraio 2004 morì il Panta, piansi, e dico sul serio, perché se ne andava un uomo che ha dato emozioni alla gente, e le sue imprese me le ricordo, ce le ho stampate in testa, con la telecronaca di Adriano De Zan: due vittorie all'Alpe d'Huez, la tappa dell'Aprica al Giro del 94 dove sul Mortirolo staccò tutti, anche Indurain e Berzin (e sul Mortirolo è stato posto un monumento in ricordo del Pirata: sabato il Giro vi passerà davanti e renderà omaggio al Mito), la tappa di Les Deux Alpes del Tour del 98, quando sul Galibier, in mezzo ad una pioggia fittissima staccò tutti, diede 9 minuti ad Ullrich e conquisto il Tour de France. Ecco, capito perché mi sono emozionato? Come farei a non emozionarmi per un uomo che diceva di spingere più forte che poteva in salita per finire prima l'agonia?


A vedere una bicicletta ci si emoziona perché come dice Fiorenzo Magni nel documentario che vi ho detto il ciclismo è il mondo e il mondo è il ciclismo: finché ci sarà il mondo ci sarà il ciclismo e viceversa, perché, sempre come dice Magni, i bambini con cosa giocano? Con una palla e con un triciclo.

Buon Giro a tutti, vado in bici!

martedì 2 maggio 2006

Un pozzo nero per Alfredino e per l'Italia

Vediamo un po', torno a consigliare un buon libro a chi passerà di quà. Si tratta di Dies Irae di Giuseppe Genna, uscito poco tempo fa. Intanto, premetto, non avevo letto mai niente di Genna e sono rimasto davvero impressionato dalla qualità della sua scrittura prima di tutto: ricca sia stilisticamente, linguisticamente e lessicalmente, con ogni parola pesata e messa al posto giusto.

Questo Dies Irae è un romanzo difficile da classificare perché è tanti romanzi insieme, e tanti generi insieme: è una serie di storie intrecciate alla Storia della nostra povera Italia, seguendo un po', anche stilisticamente, la grande letteratura post-moderna americana, DeLillo e Pynchon citati più volte nel libro, soprattutto il primo. E a un bellissimo libro di DeLillo di cui ho ampiamente parlato, Underworld (che modestamente considero uno dei romanzi più importanti della letteratura contemporanea), si rifà il romanzo di Genna: un Underworld italiano, come poi è ammesso esplicitamente dallo stesso autore.

La vicenda copre 25 anni, dal 1981 all'inizio del 2006 . Il 1981 è un anno chiave, non solo nel romanzo: è l'anno della scoperta della P2 e della morte di Alfredino Rampi, il bimbo caduto in un pozzo di Vermicino e la cui sorte è stata seguita per 18 ore dall'intero paese in diretta tv. La morte di Alfredino è il prologo del libro (pagine scritte benissimo: leggendo queste prime pagine mi sono convinto a prendere il libro di Genna) ma anche di questi 25 anni: quell'episodio, al di là del romanzo, è stato davvero uno spartiacque, banalmente perché quella lunga diretta tv ha cambiato la nostra percezione del mondo, i linguaggi televisivi e con essi la nostra cultura (e non è una scoperta di Genna, è abbastanza condiviso questo punto). Perché accostare P2 e Alfredino? Perché Genna, noto per essere uno scrittore di thriller (come si definisce lui nel romanzo, un po' spregiativamente) inizia il romanzo con un grande complotto, che inizia da lì e con un effetto domino corre per tutti gli anni 80 e 90: Craxi, la cultura televisiva e dello spettacolo, la politica dei venditori e i venditori della politica, la fortuna economica e televisiva di Berlusconi, Berlusconi in politica (un altro tassello che si incastra: la tessera 1816 della Loggia di Gelli che diventa Presidente del Consiglio), Moana Pozzi che scopre del materiale compromettente, il crollo del muro di Berlino, Tangentopoli.

Tutto ciò fa da sfondo, o forse è il contrario, alle vicende di Giuseppe Genna (in una vicenda che in parte è sicuramente autobiografica e in parte, credo, sarà di fiction: resta vero però che Genna ha lavorato a Montecitorio sui faldoni della Commissione di inchiesta sulla P2 ed è entrato in contatto con i Servizi), di Paola C. e di Monica B., vicende che attraversano, appunto, questi 25 anni. Giuseppe, Paola e Monica vivono vicende separate ma in qualche modo collegate, e si incontreranno, all'inizio del romanzo e alla fine di questo venticinquennio. Genna, Monica e Paola hanno in comune un pozzo nero in cui affondano i propri drammi esistenziali, più o meno gravi, che rivelano tre mondi diversi, tre modi diversi di guardare il mondo: essere tirati fuori dal posso nero è difficile, forse impossibile ma ci si può riuscire affrontando e scoprendo le paure più profonde. Sarebbe superfluo entrare nel dettaglio delle vite dei tre personaggi principali: scopritele, ne vale sul serio la pena.

Mi soffermo un attimo sulla vicenda di Giuseppe Genna, almeno il Giuseppe Genna del romanzo; Genna si descrive e si racconta, e racconta la sua ossessione per la scrittura di un enorme e praticamente infinito romanzo di fantascienza, Dies Irae, appunto, che racconta dell'evoluzione della specie umana ma che è soprattutto metafora di questo nostro mondo, in cui al centro c'è sempre il pozzo nero di Alfredino (altra ossessione dello scrittore); Genna racconta di una vicenda medianica, lui che registra le voci dei morti (sarà fiction, sarà realtà? E' matto del tutto?); Genna racconta, adulto, del suo lavoro a Montecitorio e del suo essere uno scrittore: queste pagine sono per me interessanti sul serio perché Genna descrive il suo desiderio di realizzare opere diverse dai thriller di successo e parla allora della letteratura, del ruolo dello scrittore.
Insomma tante cose questo Dies Irae: una lettura piena di contenuti e di significati, una lettura non semplicissima, vista la vastità dei temi trattati, il procedere a salti del romanzo (salti non solo narrativi ma a volte anche stilistici) e la scrittura bella ma complessa. Un libro, però, che lascia qualcosa dentro e, pasolinianamente, rivela molto (pur nella fiction), perché lo scrittore sa le cose, perché collega i fatti.

domenica 23 aprile 2006

Informazioni di servizio

Per chi può vantare una comune conoscenza "blogghistica" con Il militante, sappia che il desaparecido è vivo e vegeto, l'ho potuto toccare con mano! Ce l'ho avuto davanti e ci ho parlato, esiste per davvero, non è solo un nickname: di passaggio a Roma l'ho incontrato ieri per 10 minuti, peccato non per più tempo ma, sigh, ero al lavoro.


 

domenica 9 aprile 2006

Aprile

Inutile ricordare che oggi si vota, lo sapete tutti e anche come, almeno chi non ha già deciso di restare a casa. Io, da parte mia ho già votato, prestissimo.

Che succederà? Non lo so, spero che vada con un cambio radicale rispetto agli ultimi 5 anni, come noto e come mai nascosto su Immaginaria. Si cambierà? Incrociamo le dita, i sondaggi non contano più, potrebbe succedere di tutto se, come sostengono i berluscones, con un'alta affluenza alle urne il risultato è da decidere (e se invece un'alta affluenza alle urne fosse indice di un sacco di gente che dopo una legislatura come questa ha deciso che una volta tanto voterà, e non per chi ha governato?).
I sondaggi (e le elezioni degli ultimi 4 anni, non lo dimentichiamo) danno un responso netto, in attesa di vedere come finisce al Senato. Ma le urne? Che responso daranno?

Queste elezioni sono importanti più di altre (si sarà detto per quante tornate elettorali?) perché volenti o nolenti non si può riconoscere che mai il paese in epoca recente è stato tanto diviso e spaccato (dal punto di vista del consenso politico, per fortuna). Sembra quasi che ci siano due Italie con valori profondi diversi, che è poi il senso del film di Moretti, su cui si è discusso. Possibile, mi chiedo io come tanti, che quello che a me pare lampante altri non lo vedano? Questa campagna elettorale ha sottolineato le differenze: spesso uno dei vizi italici è qualinquismo, diffuso nel linguaggio di tutti i giorni, nelle parole della gente, che dice che tanto chiunque governi non cambia nulla; stavolta, con questa campagna così urlata e mediatizzata (televisivizzata) le differenze sono diventate lampanti, evidenti a chiunque le voglia vedere: se vince l'una o l'altra parte cambia molto, e gli altri si chiederanno ma come è possibile che metà del mio paese veda una realtà diversa dalla mia?

Nella sua "Amaca" di stamattina Michele Serra si chiede se dopo che saranno stati contati i voti non ci sarà parte del paese che si sentirà straniera in patria, anzi lo se lo chiede forse sarà così. E' questo uno dei guasti del berlusconismo, l'aver polarizzato così tanto il consenso politico e l'aver estremizzato la contesa (spingendo ancora di più l'acceleratore sul piano ideologico, urlando al complotto dei comunisti, che sarebbero pronti a realizzare brogli elettorali: e lui, acclamato a Napoli al grido di "Duce, duce!" dovrebbe difenderci?) in modo così eccessivo. O forse, pensando all'oggi, è un bene: ripeto, possibile ci sia chi non veda?

Chiudo questo mio modesto contributo al dibattito, che leggerete in un numero leggermente inferiore, agli editoriali che trovate oggi sui giornali, tipo quello di Eugenio Scalfari su Repubblica, bello davvero, leggetelo. E chiudo con le parole di Scalfari:

"Siamo stati e siamo per l'eguaglianza nella libertà, per il mercato che dia a tutti pari punti di partenza, per sostegno dei deboli e l'inclusione degli esclusi, per l'innovazione, per la crescita, per l'Europa, per lo stato di diritto. Insomma per la democrazia nelle forme e nella sostanza.
Questi sono gli ideali positivi per i quali ci siamo battuti. Quelli negativi sono il loro esatto contrrio: l'autoritarismo, il populismo, la demagogia, l'egoismo, l'interesse proprio contrapposto a quello comune, l'autarchi e il protezionismo economico, la menzogna politica, la corruzione, l'insicurezza, la pigrizia intellettuale, il conformismo.
Non sono parole vuote. Ad ognuna di esse corrisponde una visione del bene comune e del paese che vorremmo".

mercoledì 5 aprile 2006

Io sono un coglione!

"Ho troppa stima dell'intelligenza degli italiani per pensare che ci siano in giro così tanti coglioni che possano votare contro i propri interessi".


Silvio Berlusconi


Ecco, pure io ho troppa stima di me stesso per votare per contro i miei interessi.




 


martedì 4 aprile 2006

Il mio appello finale

Ieri sera avrete visto, forse, se non avevate niente da fare, il faccia a faccia fra Prodi e Berlusconi. Una sorta di finale di Champions League della politica italiana, ridotta all'attesa del confronto come se da questo dipendesse tutto. Per qualcuno probabilmente era così, e infatti si è presentato più in forma che nell'altro: Berlusconi, of course.

Il Caimano si è presentato in una veste più brillante, spigliata, battagliero, dopo i rimproveri che gli erano stati fatti, soprattutto perché aveva bucato completamente l'appello finale. Ieri Berlusconi si è messo in posa, ha guardato in macchina, ha sorriso, ha recitato la poesia imparata a memoria, da bravo scolaretto, e l'ha sparata grossa, quasi la più grossa di tutte, al livello del famoso milione di posti di lavoro, delle pensioni minime ad un milione di lire, che ancora aspettano (e pensata all'altra burla delle pensioni minime a 800 euro promessa stavolta), o del drastico taglio delle tasse, che non c'è stato. La cancellazione dell'ICI sulla prima casa farà vincere al Caimano le elezioni? Sarà la mossa a sorpresa vincente? Intanto qualcuno dovrebbe spiegare come poi si intende finanziare i comuni, che si reggono solo sull'imposta sulla casa, dopo i tagli continui fatti in questi anni; e per finanziare i comuni si tratta di trovare soldi, e trovare soldi significa tassare da qualche parte. Quindi, non vi aspettate che la taglierà, al massimo, se ne potessimo avere la controprova visto che sapete che spero (credo) chi governerà, la taglierebbe per i redditi più bassi, per alcune fasce sociali, e poi dirà che l'ha tolta a tutti, come per le pensioni aumentate solo a pochi pensionati.

E Prodi? Prodi ha fatto Prodi, lo conoscevamo già, e anche Berlusconi a dire il vero, infatti ne parlo solo in merito a questa sparata. Anzi, mi preme far notare una cosa: Berlusconi è forse l'unico in Italia che parla di classe operaia, e che sventola come un pericolo la sinistra al governo che redistribuirà la ricchezza alla classe operaia: il Caimano ha detto, più o meno con queste parole, che la sinistra non conosce il merito, vuole redistribuire la ricchezza per far sì che il figlio del professionista sia come il figlio dell'operaio: allora, i meriti li conosciamo anche noi, "comunisti", ma mi deve spiegare che merito ha il figlio del professionista se non l'atto sessuale con cui è stato concepito dal suddetto professionista, e se non sia giusto assicurare condizioni dignitose, magari permettendogli di studiare senza sacrifici immani della sua famiglia, anche al figlio dell'operaio. Ecco, sappiate che se governerà la destra agli "operai" (ed è ovvio che in questa espressione Berlusconi intende qualsiasi lavoratore dipendente, visto che dell'altra parte Berlusconi ha messo imprenditori e professionisti) non verrà niente, anzi, vi verrà tolto qualcosa probabilmente. Ecco, parla il figlio di un operaio che si è sentito pesantemente offeso ed insultato, come se nel mio tentativo di assicurarmi un futuro migliore avessi fatto qualcosa di sbagliato perché non me ne sono stato al mio posto, invece di studiare, e non sono andato a lavorare subito.

Ecco l'idea di società di Berlusconi, se non l'avete ancora capito: una società in cui le differenze sociali non vanno colmate, in cui la mobilità sociale (che per ragioni svariate, fra cui la precarietà del lavoro e la cattiva situazione economica, è in questo momento all'in giù) non va favorita, al contrario delle posizioni acquisite e di rendita; al massimo per chi sta peggio un po' di paternalistica attenzione con qualche spicciolo ogni tanto. Ecco cosa si mangiano i caimani, la speranza di un futuro migliore per chi ha fatto e farà sacrifici.

Chiudo parlando di questi confronti tv. Intanto credo che quello di ieri sera (così ci togliamo il dente del risultato) sia finito in pareggio: Berlusconi ha assestato un punto vincente con l'ICI (perché purtroppo potrebbe fare presa davvero su qualcuno, anche se credo che ormai a certe panzane la maggioranza non crede più) ma ha passato più tempo a parlare della coalizione di centrosinistra e dei suoi problemi che a rispondere alle domande e soprattutto a illustrare cosa intende fare; Prodi secondo me ha segnato invece un punto a suo favore quando parlando del cuneo fiscale ha spiegato con un esempio concreto che un eventuale taglio (dico eventuale perché anche qui bisognerà davvero capire quali risorse saranno disponibili: il taglio ci sarà, ma come ancora va chiarito; ricordatevi però che un taglio dell'ICI costerebbe a occhio molto di più) favorirebbe anche gli stipendi dei lavoratori dipendenti, oltre che le imprese.

Ma alla fine questi match avranno deciso le elezioni? No, non credo. Ci sono stati 5 anni per farsi un'opinione: chi vota a sinistra certo non si farà abbindolare dall'ennesimo sogno, così come chi, avendo votato a destra in passato, è già stato deluso ; chi vota a destra certo non è stato convinto da Prodi. E gli indecisi, per cui si sono fatti questi confronti? Gli indecisi, se non si sono fatti un'opinione in 5 anni certo non se la sono fatta ieri sera, visto che, poco informati, probabilmente di alcune questioni avranno capito poco (e a loro si rivolge il taglio dell'ICI, promessa che va dritto alla pancia della gente, come se risolvesse i problemi della ripresa economica). Alla fine la maggioranza degli indecisi non voterà e quelli che lo faranno credo che si distribuiranno più o meno equamente. Spero.

Finita l'indigestione mediatica (ormai questi ultimi giorni vedranno ancora qualche dibattito ma il grosso è fatto) tocca al porta a porta (non Porta a Porta): portate a votare più gente che potete, perché un'altra legislatura come quella trascorsa non ce la possiamo permettere. Magari il centrosinistra non sarà la coalizione migliore del mondo e non esprimerà i leader migliori ma dall'altra parte avete visto che c'è? Ormai dovreste essere vaccinati, come auspicava uno che di sinistra non era davvero ma la vedeva lunga.