Moebius

Moebius

mercoledì 27 settembre 2006

Si fa sesso giocando, o si gioca facendo sesso?

Sull'Espresso di questa settimana ho letto una notizia sfiziosa: sono in uscita alcuni giochi di ruolo virtuali interamente dedicati al sesso. Un po' come in The Sims l'utente deve scegliere e creare il proprio avatar, e poi iniziare a giocare in multiplayer per realizzare quante più conquiste possibile, e soprattutto rapporti sessuali.



Naughty America pare sia destinato a diventare il riferimento per questo tipo di giochi; leggo sempre sull'Espresso (non ho guardato ancora il sito, dove dovrebbe essere disponibile una versione beta del gioco) che gli ideatori più che a puntare ad un realismo in 3D hanno insistito sulle possibilità di relazione fra i vari utenti (tanto è vero che la grafica è molto meno sofisticata di quella a cui ormai ci si è abituati); quindi si entra in rete con il proprio avatar e si gira per il mondo virtuale del gioco per incontrare ragazze e ragazzi (naturalmente non è dato sapere se il sesso dell'avatar corrisponda a quello dell'utente reale) e cercare di ottenere un appuntamento o, se le cose vanno bene, di andare direttamente a casa dell'uno o dell'altro (naturalmente la casa virtuale) per dedicarsi al sesso sfrenato: più sesso fa il nostro avatar più posizioni impara rispetto a quelle predefinite nel gioco, quindi cercate di rimorchiare giocatori/giocatrici esperti/e perché hanno molto da insegnare... Naturalmente sono ammessi anche i due di picche.



Un altro gioco sullo stesso genere, molto più voyeuristico, pare, è Red Light Center. E, ancora, ci sono proposte orientate al sadomaso e al feticismo (Rapture online), insomma per andare incontro a tutti i gusti.



Resta da riflettere due secondi su questi giochi, l'ultima evoluzione del sesso virtuale, che mescolano una parte strettamente ludica con dinamiche che sono comunque di relazione interpersonale; sta poi all'utente e alle sue caratteristiche far prevalere l'una o l'altra dimensione. La morale però è che tutto sommato ogni cosa gira intorno al sesso: sarà pure vero magari però è anche riduttivo, o no? Ma tanto è solo un gioco, forse...

venerdì 22 settembre 2006

Il complotto contro l'America

Se questo pc che richiede interventi urgenti me lo fa fare provo a scrivere un bel post su un gran libro che ho letto di recente.


Si tratta di Il complotto contro l'America di Philip Roth. Il grande scrittore americano si è cimentato in uno dei suoi ultimi libri con una vicenda a sfondo storico partendo da un momento preciso e cambiandolo, ribaltandone l'esito. Come sarebbe stata l'America se nelle elezioni presidenziali del 1940 invece di vincere Roosevelt avesse prevalso Charles Lindbergh, il famoso aviatore dalle tendenze antisemite? Sarebbe successo che gli Usa, mentre in Europa imperversava la guerra, avrebbero scelto una politica isolazionista, non solo lasciando l'Inghilterra al suo destino ma anche stipulando patti con la Germania nazista e con il Giappone, assicurando a entrambi i paesi carta bianca per conquistare l'Europa e l'Asia.




Su questo sfondo storico alternativo a quello reale, si svolge la vita della famiglia Roth, i genitori Herman e Bess e i figli Sandy e Philip, che come quasi tutte le famiglie ebraiche di Newark e degli Usa vedrà clamorosamente cambiare il proprio paese e soprattutto la propria vita. Se il complotto del titolo, per i lindberghiani, è quello ebraico, per gli ebrei e per tutti quelli che amano la democrazia è quello di un presidente e di una classe dirigente che avvia l'America, forse, verso una fascitizzazione, a cominciare dalle sottili politiche per indebolire le comunità ebraiche.


Il libro di Roth è documentatissimo storicamente, racconta le grandi vicende della storia e le spiega attraverso un filtro del tutto particolare, quello del "cosa sarebbe successo se...", per semplificare il concetto a nostro uso e consumo. Roth racconta allora una vicenda credibile (e incredibile allo stesso tempo) e coerente, che ci fa vedere un'America diversa di quella roosveltiana, in cui covano sentimenti antisemiti e tendenze autoritarie, squarciando un velo e mostrandoci probabilmente una "storia" che non ha mai avuto modo di essere scritta nei libri ma che forse era pronta a venir fuori. Ma proprio perché il libro si basa comunque sugli avvenimenti reali di quegli anni, a un certo punto la Storia, in cui ogni personaggio trova un posto sullo sfondo del quadro, prende il posto della "storia" raccontata da Roth, e tutto torna al suo posto.


E la famiglia Roth e tutti quelli che le ruotano intorno svolgono il proprio ruolo conducendo le loro vite comuni. Ed ecco allora un altro modo per guardare a questo libro: l'occhio di un bambino che racconta prima di tutto, accanto ai grandi avvenimenti, la vita della propria famiglia, le forze e le debolezze dei propri genitori, il rapporto non sempre semplice con il fratello. E allora Il complotto contro l'America è anche un modo per lo scrittore di raccontarci la propria famiglia, senza mai cedere al sentimentalismo e alla mera nostalgia (cosa impossibile per quello che è uno dei più grandi scrittori contemporanei).

mercoledì 6 settembre 2006

La città trema, la polizia si incazza (col cazzo)

Non si tratta del titolo di un B-Movie poliziesco italiano degli anni '70, ma di una storia di vita vissuta: un docu-drama o una docu-fiction per dirla all'americana. 

Roma, notte (forse le 3 o le 4 di notte), un paio (forse di più, forse di meno) di delinquenti entrano in un appartamento al primo piano arrampicandosi sul balcone aiutandosi col tubo del gas, passando da una porta-finestra sul cortile interno del condominio. Alzano la serranda stupidamente non barricata (ma se le cose non accadono non penseresti mai che possano capitare a te), entrano nell'appartamento fanno un giro veloce, arraffano quello che possono, controllano il bottino sul balcone e se ne vanno da dove sono venuti: in tutto non ci avranno impiegato più di 5 minuti.

Inutile dire che l'appartamento è quello della mia famiglia; dormivamo tutti, nessuno si è accorto di niente, e per fortuna nessuno si è svegliato: in questi casi pensare al peggio non è mai sbagliato. Inutile anche raccontare la paura e l'angoscia, l'agitazione e l'assoluto senso di frustrazione e vulnerabilità. Ti entrano in casa mentre dormi, entrano nella stanza dove dormi e portano via il cellulare (comprato una settimana fa perché l'altro o è stato rubato o è andato perso: doppia sfiga) e poi in quella di tua sorella e portano via cellulari e pc portatile aziendali. Fortunatamente solo questo, però del danno economico a chi gliene frega?

Mattina: ci accorgiamo del furto, chiamiamo il 113.

Stefano: Vorrei denunciare un furto, bla bla...

Poliziotto 113: Ma voi eravate in casa?

S: Sì.

P: e non vi siete accorti di niente?

S: Eh.

P: e com'è possibile (tono ironico).

Stefano pensa vaffanculo stronzo che campi con le mie tasse, alla faccia di Berlusconi e di Pisanu e della lotta alla criminalità e al poliziotto di quartiere ma non dice niente e chiede cosa fare.

Arrivano due agenti a casa. Raccontiamo cosa è successo.

Mamma: vede, sul tubo del gas ci sono le ditate e le manate, non prendete le impronte? (troppi telefilm: dove cacchio sono quelli di CSI?)

Poliziotto: Tanto qui non si rileverebbe niente. Questi quando li troviamo?

Vabbé: posso capire l'impotenza di fronte a certe cose, però almeno facessero finta di fare qualcosa cazzo!

Famiglia: E ora che dobbiamo fare?

P: andate in commissariato a fare la denuncia.

Famiglia: ma non possiamo farla a voi?

P: No

(Stefano pensa di nuovo: ma come fra le grandi innovazioni nella lotta alla criminalità del precedente ministro dell'Interno veniva sbandierata la possibilità di fare la denuncia direttamente agli agenti che venivano a casa! Non c'è mai fine all'indignazione a come vanno le cose in questo paese e a come sono andate...)

Infine, vado al commissariato di zona per fare la denuncia: aspetto una mezzora abbondante che arrivi il poliziotto addetto, che evidentemente non ha orari da rispettare, grazie alle laute tasse che paghiamo. Arriva un ispettore e dice di aspettare un po' che deve andare a fare colazione (mi sembra giusto, povera stella). Alla fine, faccio la denuncia a un altro poliziotto, e fine delle formalità.

Ecco una grande avventura da raccontare, e per fortuna che la posso raccontare...

domenica 3 settembre 2006

Ciao belli, come va? Dopo una settimana di noioso lavoro penso sia giunto il momento di scrivere due righe, tanto per non far sentire solo soletto il mio blog.



Non mi dilungo, c'è veramente poco da raccontare delle ferie e ancora meno dei soliti buoni propositi che contrassegnano ogni inizio d'anno (penso ancora in termini di anni scolastici... Settembre mi sembra il momento migliore per pensare a un qualche inizio invece che il mese di gennaio).





Per il momento, in attesa di trovare la costanza per scrivere qualche recensione dei libri letti quest'estate, vi segnalo una cosa curiosa: non faccio in tempo a comprare in edicola al prezzo di 9,90 euro "Mulholland drive" di David Lynch, uscito con Ciak e Blob mi ha mandato in onda, ieri sera, "lynchipit", omaggio al grande regista che riceverà il leone d'oro alla carriera: praticamente è andato in onda mezzo "Mulholland drive": sarete d'accordo con me nel giudicarlo un capolavoro seppur praticamente incomprensibile nello svolgimento narrativo (ammetto i miei limiti) ma con una stupenda scena lesbica fra Naomi Watts e la mora di cui non ricordo il nome. Chissà perché quella sequenza rimane impressa...