Moebius

Moebius
Visualizzazione post con etichetta philip dick e immaginaridickiani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta philip dick e immaginaridickiani. Mostra tutti i post

sabato 9 maggio 2015

Di pecore elettriche e unicorni

Giovedì, per la prima volta in vita mia, ho visto Blade Runner al cinema (in versione final cut).


Per un blog dedicato, almeno nelle intenzioni iniziali, all'immaginario e per uno che all'inizio (ere geologiche fa, ormai) ha scelto un nickname ispirato a Philip Dick amare Blade Runner è quasi un atto dovuto, una cosa scontata e forse banale.


Ma può essere banale amare un film che a più di trent'anni dall'uscita ancora riesce a emozionare chi lo vede per la prima volta? Può essere scontato amare un film che richiede attenzione a ogni singola parola, a ogni frame, a ogni inquadratura, gioco di luci, movimento di macchina per coglierne il senso profondo?


Può essere banale amare un film che ci fa sentire uguali a quanto di più lontano, alieno e diverso dovrebbe esserci per noi umani, come un essere artificiale, il frutto dell'ingegneria?


No, ovviamente. Quanto mi piacciono le domande retoriche.


Quasi tutti quelli che conosco hanno visto e amano quel film. Pochi hanno invece letto Do Androids Dream of Electric Sheep?. Il libro e il film sono vicini e lontani allo stesso tempo. Il cuore della storia e le emozioni che suscitano sono pienamente dickiane, l'effetto di meraviglia visiva è invece di Syd Mead e di Ridley Scott ma interpreta e rafforza il racconto di Dick.


Queste distanze variabili fra libro e film vanno lette in base a quanto c'è di Dick nel film di Scott (gli androidi indistinguibili dagli umani; un mondo distopico sommerso dal caos - la palta; gli animali elettrici - anche se questo tema è molto più sfumato nel film; la cupezza del racconto noir; le grandi corporation che dominano il mondo, il senso di soffocamento delle emozioni più profonde) e quanto invece è stato lasciato fuori (la sottotrama religiosa legata al culto del nuovo messia Mercier - fanatismo, spettacolarizzazione e mercificazione della religione e del dolore, impoverimento emotivo; gli animali veri - come simbolo e rappresentazione dei desideri repressi e dei sensi di colpa di una società che ha visto la quasi totale estinzione della vita animale - Vs gli animali elettrici - surrogati che solo in parte compensano la scarsità di empatia presente nel mondo; la polizia parallela composta da androidi).


E poi c'è l'elemento più importante di tutti, che fa sì che libro e film siano comunque un unico universo, il tema portante della fantascienza dickiana (e di un bel pezzo della filosofia occidentale): l'inconoscibilità della nostra natura e di quella del reale. Cosa è umano, cosa non lo è? Siamo umani perché lo dice la biologia o perché abbiamo aspirazioni, ci innamoriamo, sogniamo pecore elettriche (o unicorni)?


Quello che percepiamo con i nostri sensi è davvero oggettivo? È davvero reale? Quello che sappiamo di noi stessi è davvero ciò che siamo?


E se scoprissimo di essere altro da noi, smetteremmo di essere noi? Avremmo una vita meno degna di essere vissuta? O continueremmo invece a chiedere più vita come Roy Batty?


Quello che so è che proseguiremo sempre a interrogarci su chi e cosa siamo, su come dare sostanza ai nostri sogni, come inseguirli e renderli reali, fossero anche unicorni.


La realtà è quella cosa che quando smetti di crederci non sparisce, è quello che dice Dick in risposta alla domanda di uno studente in uno dei suoi romanzi più difficili e stranianti, Valis. E’ la citazione di PKD che preferisco, perché penso dia il senso della sua opera molto più di altre (tipo l’Io sono vivo, voi siete morti di Ubik).


Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (perché per me il titolo del libro sarà sempre la versione originale, non sarà mai Blade Runner o Il cacciatore di androidi) è, per questi motivi il libro che amo di più di Dick, più di Ubik, più di Le tre stimmate di Palmer Eldritch, più di Un oscuro scrutare che pure adoro. Lo amo più del film (che è comunque uno dei miei film preferiti) perché lo considero più complesso e più denso di significati e perché lascia allo spettatore più domande che risposte, mentre in Blade Runner (a forza di director’s cut) la risposta alla domanda più grande di tutte sta lì, in bella vista.


[Da qui in avanti c’è qualche spoiler sul libro, per chi volesse leggerlo; personalmente penso sia ridicolo parlare di spoiler per un libro di quasi 50 anni fa ma ormai c’è questa sacra paura dell’anticipazione…]


Il Deckard di Dick e quello di Ridley Scott. L’investigatore del romanzo dickiano è il classico protagonista perdente dei romanzi di Dick, non è affascinante (non ha la smorfia di Harrison Ford), è sposato con un’arpia insensibile dedita al culto di Mercier, ha come massima aspirazione potersi comprare una pecora vera, massimo status symbol, invece di quella elettrica.
Il Deckard del film è il protagonista di un film noir, non sappiamo niente di lui a parte che caccia androidi. Deve svolgere un lavoro, seppur controvoglia, e si troverà invischiato in un’altra storia.


Il romanticismo. Il film si basa molto, oltre che che sul contrasto umano/artificale, sulla storia d’amore fra Rick e Rachel, e sul percorso che compiono verso la consepevolezza della propria natura. Nel romanzo di Dick è tutto molto più sporco e incerto; Rachel non è quest’essere così amabile ed etereo e la storia non andrà per niente come nel film; piuttosto sarà un incontrarsi di desideri e uno scontrarsi di personalità fino all’epilogo. E a rimetterci sarà una pecora.


Un diverso finale. Come dicevo, nel libro il finale è molto più aperto. Non ci sono elementi per pensare con certezza che Rick sia un androide (sì lo sospettiamo e lo sospetta anche lui in una parte fondamentale del libro, ma nessuno ce lo dice, non c’è un Gaff a distribuire origami). L’epicità dello scontro fra Rick e Roy è tutta del film (ed è naturalmente un suo gran merito), nel romanzo tutto si risolve in modo diverso, forse anche più sciatto e sicuramente meno epico.
La storia d’amore con Rachel, poi, non è proprio una storia d’amore. Nessun finale romantico.


Unicorni vs Pecore. Che sognare un unicorno sia molto più affascinante che desiderare una pecora da tenere in terrazzo è cosa ovvia. Il tema degli animali, elettrici e non, è però fondamentale in Dick (già dal titolo del romanzo). 
Il mondo in cui si muove Deckard è un mondo post-atomico, ormai impoverito, in cui rimangono solo pochi derelitti mentre chi può parte per le colonie spaziali (le colonie extra-mondo del film); le radiazioni hanno causato la quasi totale estinzione degli animali e una gran varietà di mutazioni e malattie negli esseri umani (altro tema importante del libro: si veda il personaggio che nel film diventa Sebastian). 
Gli animali diventano rappresentazione della propria ricchezza e posizione sociale; chi non può permettersene uno lo compra elettrico e spera che i vicini lo scambino per uno vero.
Il desiderio di un animale è quindi esemplificazione, nel romanzo, dei desideri e dei bisogni, anche banalmente consumistici, espressi da quell’animale sociale che è l’uomo.
L’unicorno che sogna Deckard nel film non rappresenta, ovviamente, il desiderio del protagonista di avere un unicorno in casa ma tutto ciò che lui non capisce della sua vita, a cominciare dai propri sogni.
Pecore e unicorni svolgono però una funzione simile dal punto di vista narrativo, sono un po’ un anello di congiunzione fra libro e film, rappresentando quel qualcosa che ci fa, tutti, più umani.




Ho messo in ordine un po’ di idee su quello che mi piace pensare come l'universo narrativo Blade Runner. Spero di aver messo dentro anche qualche spunto interessante per chi, se già non lo conosce, abbia voglia di avvicinarsi a Dick, leggendo anche altri suoi libri.


Se ne volete parlare, sono qua. Vi lascio con la versione originale del monologo finale di Roy.


giovedì 1 novembre 2012

Chronic City, di Jonathan Lethem

Partiamo da un assunto fondamentale. A me Chronic city è piaciuto da morire, mi ha incantato, l’ho trovato folgorante.

Potrebbe essere sufficiente questo (il mio opinabilissimo giudizio) per buttarsi dentro al romanzo di Lethem e scoprire da voi di che si tratta. Ma poiché stiamo parlando di un’opera assolutamente particolare bisogna fare lo sforzo di individuare una chiave di lettura, sviscerarne alcuni temi e ricostruirne il contesto. Si tratta di uno di quei libri in cui apparentemente succede ben poco, in cui lo stile (ironico, divertente e colto) sembra prevalere sul resto ma, fidatevi di me, non è assolutamente così.

--------------------------------------------------------------------- 
OCCHIO: SEGUE QUALCHE INEVITABILE SPOILER SULLA TRAMA (ma senza svelare particolari colpi di scena di cui il libro è, secondo me, particolarmente ricco). 
--------------------------------------------------------------------- 

Ambientato in una New York indefinita e, direi, del tutto parallela a quella reale racconta le vicende di Chase Insteadman, ex ragazzo-prodigio delle serie-tv e ormai ex-attore che campa di diritti di immagine e della gloria passata, vive una nuova notorietà come il fidanzato di un’astronauta bloccata su una stazione spaziale (e impossibilitata a tornare sulla terra insieme al resto dell’equipaggio) la cui storia strappalacrime è quotidianamente presente su giornali e tv. Ma Chase non sente più niente per lei, non rammenta neanche più il suo volto tanto è lontano e annebbiato il suo ricordo. Non gli resta che fare altro che bighellonare per Manhattan e trascorrere le sue giornate con la variegata compagnia di giro che si riunisce intorno a Perkus Tooth, critico musicale e cinematografico molto noto 10 o 20 anni prima sulla scena culturale indie fissato con Marlon Brando e il fantomatico regista Morrison Groom.

Fra giornate passate a guardare le videocassette di Perkus, a fumare erba di varie qualità (fra le quali, appunto, una delle più pregiate è la chronic) e a frequentare il jet set newyorkese in virtù del suo ruolo di eterno fidanzato infelice ed ex star televisiva, Chase (l’uomo-invece, appellato per sbaglio nel corso del libro non-person) appare effettivamente come un personaggio non tanto in cerca d’autore ma quanto della sua stessa essenza.

Privo di personalità non gli resta che recitare la parte assegnatagli di volta in volta e mimetizzarsi camaleonticamente per sembrare quello che la gente si aspetta da lui. Ma questa vita così scialba e routinaria verrà progressivamente sgretolata sotto i colpi dell’eccentricità di Perkus e dell’amica ed ex assistente di lui Oona Laszlo, ghostwriter di professione dalla forte personalità che trascinerà Chase in una stranissima relazione apparentemente di solo sesso ma che ben presto diverrà, per lui, la sua vera storia d’amore parallela a quella ufficiale con l’astronauta Janice Trumbull.

---------------------------------------------------------------------
 E DIREI CHE GLI SPOILER SULLA TRAMA SONO SUFFICIENTI --------------------------------------------------------------------- 

Tutto si svolge, come dicevo, in una New York alternativa a quella vera, in un epoca indefinita ma comunque, senza mai nominarli, post-11 settembre e guerre in Afghanistan e Iraq (unico riferimento l’esistenza di una versione del New York Times “senza guerra”).  Una New York governata come nella realtà da un sindaco magnate dei media, sulla quale da alcuni anni è caduta una pesante nebbia che ha reso praticamente inaccessibile un pezzo di città; devastata periodicamente da una misteriosa, inafferrabile ed enorme tigre, scappata da chissà dove; nella quale si verificano periodicamente strani fenomeni (come un pervasivo e penetrante odore di cioccolato nell’aria, che alcuni invece percepiscono sotto forma di suono); dove si sta comunque realizzando una grandiosa opera d'arte dedicata alla memoria.

Alternativo è anche il paesaggio culturale: la gente legge Obstinate Dust (invece di Infinite Jest), guarda i film degli Gnuppets (al posto dei Muppets) e Marlon Brando potrebbe essere perfino vivo. Lethem ha imbottito il libro di riferimenti e citazioni di ogni tipo, inevitabile perdersene qualcuna.

La New York e l’America di Chronic City sono pervase da un profondo senso di inquietudine, così come tutto il romanzo, dettata dalla sensazione di non riuscire a leggere interamente la realtà e di non essere neanche in grado di interpretare correttamente quei frammenti che ci si ritrova davanti (fortissimo qui l'influsso di Dick sulla scrittura di JL, autore che ha contribuito al rilancio di PKD negli ultimi anni e alla sua rivalutazione critica).

Il romanzo di Lethem parla soprattutto di ossessioni e di ricerca del reale significato delle cose che ci accadono, che possono avere due, tre o infinite verità perché noi stessi cambiamo nel tempo, cambiamo per le persone che ci circondano (e cambiamo le persone di cui ci circondiamo) e magari dimentichiamo come tutto è cominciato. Per smettere di essere delle non-persone (o per evitare di diventarlo e ritrovarsi a recitare una parte scritta da altri) non si può far altro che fare attenzione anche al minimo dettaglio, perché anche il volo di uno stormo di uccelli al di sopra di una torre può far sbocciare la consapevolezza di cui abbiamo bisogno.
 
“La paranoia è un fiore nel cervello” dice Perkus a Chase.

La paranoia è un fiore nel cervello. A voi la corretta interpretazione, io la mia idea me la sono fatta.

venerdì 4 maggio 2012

Tokyo in realtà è la città di Blade Runner

Questo bel video mostra la città di Tokyo come se fosse uscita direttamente da Blade Runner (segnalato da William Gibson, @greatdismal, su Twitter).


venerdì 2 marzo 2012

I 15 migliori Dick

Se lo ha fatto Jonathan Lethem, qui, di indicare quelli che per lui sono i migliori libri di PKD, allora mi cimento anche io, che di romanzi di Dick ne ho letti quasi quanto Lethem (anche se non 3 o 4 volte). Non riesco a fare una classifica, li elenco quindi in ordine sparso.

  • Ma gli androidi sognano pecore elettriche?: ok, mi smentisco subito: questo sta in testa e basta, è la cosa - letterariamente parlando - più alta che Dick abbia scritto; se non lo avete letto non fatevi ingannare dall'aver visto Blade Runner, vi stupirà la quantità di idee che nel film non sono proprio presenti. E non chiamatelo Cacciatore di androidi o Blade Runner;
  • Ubik: il più conosciuto e il più letto; molte cose che vi sono sembrate davvero fighe in film come Il sesto senso, Matrix, Vanilla Sky, Apri gli occhi ecc. ecc. vengono da qua;
  • Le tre stimmate di Palmer Eldritch: una delle più grandi allucinazioni della letteratura mondiale;
  • Noi marziani: assolutamente commovente;
  • L'uomo nell'alto castello: lo conoscerete già come La svastica sul sole ma... vabbè avete capito; uno dei romanzi più ricchi di Dick, filosoficamente e psicologicamente; lo conoscono tutti come un libro di storia alternativa ma è molto molto di più.
  • Un oscuro scrutare: il libro più cupo di PKD, in cui racconta l'abisso della droga e lo sdoppiarsi della vita e della personalità di una persona;
  • Labirinto di morte;
  • Scorrete lacrime disse il poliziotto: forse il più intenso emotivamente, insieme a A scanner darkly;
  • Cronache del dopobomba: una delle sue opere più riuscite, una distopia ricca di personaggi dall'enorme umanità;
  • Tempo fuor di sesto: avete presente The Truman Show? Ecco, Dick era arrivato qualche decennio prima;
  • I simulacri: un romanzo corale sul potere, sulla manipolazione e sul fallimento individuale;
  • Lotteria dello spazio: il primo romanzo pubblicato da Dick, nel quale i governanti del mondo vengono decisi con un gioco, già geniale;
  • Confessioni di un artista di merda: il suo capolavoro mainstream;
  • Valis: il mio preferito di tutta la trilogia scritta dopo i fatti del febbraio-marzo 1974; qui PKD ha svelato al mondo cosa aveva davvero nella testa: non uno dei più godibili, piacerà soprattutto ai fan accaniti e ai lettori desiderosi di entrare nella visione dickiana delle cose;
  • Occhio nel cielo: forse in assoluto non è uno dei migliori ma sono legato a questo libro perché l'ho letto in un momento particolare della mia vita.
E questi, solo per rimanere ai romanzi. Giusto per citare qualche racconto, recuperate almeno La formica elettrica, Rapporto di minoranza (altra cosa rispetto al film di Spielberg), Impostore, Ricordiamo per voi, I giorni di Perky Pat.

16 dicembre 1928 - 2 marzo 1982

Sono passati trenta anni esatti da che uno degli scrittori più importanti e (nonostante la moda degli ultimi anni) misconosciuti della seconda metà del '900 venisse catturato dal raggio rosa di Valis per ritrovarsi nuovamente in compagnia di Horselover Fat.
Dick è stato (è), forse lo scrittore di fantascienza più famoso di sempre, quello che ormai tutti leggono, anche gli snob che ancora fanno finta di non capire che la fantascienza sia una cosa seria. Usare però l'etichetta di science-fiction writer può risultare limitante, perché Dick è stato prima di tutto un grandissimo scrittore tout court e pensatore. Magari non tutti i suoi libri sono dei capolavori, alcuni però rientrano in quanto di meglio abbia prodotto la letteratura americana negli ultimi 50-60 anni.
Amo Dick (ormai da almeno 12 anni: il primo romanzo che lessi era La penultima verità, uno dei meno conosciuti; poi vennero tutti gli altri, quasi tutti ormai) perché mi ha mostrato che non bisogna mai essere certi di niente, neanche di quello che ci troviamo davanti agli occhi. In Dick ho ritrovato inquietudini e dubbi che sentivo dentro di me; non che io pensi, come Phil dal 1974 in poi , che viviamo in realtà nell’antica Roma e che il secolo dai noi abitato sia un realtà un’illusione ma il suo interrogarsi sul mondo credo sia molto comune.
Era ossessionato dalla realtà – quella cosa che, quando smetti di crederci, non sparisce scrisse in Valis – ma non perché fosse schizofrenico o fosse sempre sotto l’effetto dell’LSD (ne girano di leggende). Pur autodidatta (e forse proprio perché autodidatta) in ambito filosofico, ha esplorato con dedizione per tutta la sua vita la realtà noumenica sottostante a quella fenomenica. E, sicuramente, se ne sarà andato senza aver trovato una risposta definitiva.

martedì 28 febbraio 2012

Ancora sull'androide PKD, che stavolta perde la testa

Qualche anno fa apparve una notizia curiosa, che segnalai su Immaginaria: l'androide Philip K. Dick era stato rubato!

Si trattava di un automa (androide mi sembra un termine troppo ambizioso) con le sembianze di PKD in grado di "conversare" con i suoi interlocutori (chissà se alla domanda che cos'è la realtà avrebbe risposto: è quella cosa che quando smetti di crederci non sparisce) protagonista di una misteriosa sparizione.

Uno dei ricercatori coinvolti nella vicenda ci ha scritto su un romanzo, che sarà pubblicato da Fanucci nei prossimi giorni (qui maggiori dettagli).

venerdì 27 marzo 2009

Si parla di PKD in tv

Molto raramente si parla di fantascienza in tv. Mi fa piacere segnalare che la trasmissione Tempi Dispari, in onda su Rai News 24 spesso si occupa del tema.


Nell'ultima puntata si è parlato, sorpresa, di Philip K. Dick insieme a Sergio Fanucci (l'editore italiano di tutti i suoi libri, che ho avuto il piacere di incontrare in un'occasione) e Carlo Pagetti (critico e studio di letteratura anglosassone, specializzato in fantascienza e Philip K. Dick, e autore delle prefazioni che accompagnano le edizioni italiane dei suoi libri).


Linko l'articolo di Fantascienza.com, all'interno del quale è anche presente un video della trasmissione (che pare andrà in replica ad Aprile).


Tra l'altro dovrei scrivere una recensione di Radio Libera Albemuth, letto poco tempo fa.

giovedì 20 dicembre 2007

La lotteria della vita

Come già segnalato,nei giorni scorsi ho letto Lotteria dello spazio, il primo romanzo pubblicato da PKD nell'ormai lontano 1955. Si tratta di un romanzo che, per chi ha avuto la fortuna di leggerlo allora, rivelava già il talento di quel grand'uomo.


In Solar Lottery, il mondo è governato dalle leggi del caso, anzi più precisamente dalla regola del minimax: chiunque sia in possesso della agognata tessera professionale può partecipare alla più grande lotteria che ci sia mai stata nella quale periodicamente un fortunato vince la possibilità di diventare Quizmaster, la più alta istituzione sul pianeta. Quella descritta da Dick è una società rigidamente divisa in classi, fra have e have not, fra chi ha la capacity card e chi non ce l'ha, che viene escluso e lasciato ai margini, nella quale ogni persona classificata giura fedeltà ad un padrone, sia esso una persona o, più spesso, una Hill, una grande corporazione economica, che provvederà ai suoi bisogni garantendogli una vita ricca e comoda. Una categoria a parte sono i telep, che per la loro capacità di predire il futuro sono costretti o ad entrare nella Squadra che presiede alla sicurezza del Quizmaster o ad essere emarginati proprio in virtù delle loro doti.


Quello che è davvero interessante, al di là della vicenda, che ho trovato comunque molto avvincente, è la caduta di valori, di passioni e di interessi in questa questa Terra del futuro, nel solco del tradizionale genere distopico, i cui abitanti vivono per il Quiz, per gli spettacoli televisivi e per l'omicidio. Sì, omicidio, perché in una società del genere, basata sul minimax, alla fortuna di chi diventa Quizmaster deve corrispondere anche quella di una persona che, nel pieno di rispetto di regole ritualizzate, viene sorteggiato, in diretta tv, per tentare di uccidere il capo e prenderne il posto.


In questo contesto si muovono le vicende di Ted Benteley, il prodromo del tipico personaggio dickiano, uomo comune a suo modo in qualche modo mediocre ma, rispetto ai personaggi che Dick svilupperà negli anni successivi, con dentro di sé una fiammella di speranza e di voglia di reagire per contribuire a costruire un mondo migliore, per una società più giusta che non sia governata da un gioco: non si può non leggere nelle parole che Ted pronuncia contro il sistema una critica che Dick faceva agli Stati Uniti e alla società occidentale.


I guai per Benteley iniziano quando, rotto il patto con una delle Hill, fa il suo giuamento al Quizmaster Verrick, non sapendo che è caduto di sella: l'urna ha estratto un nuovo nome, il misterioso Leon Cartwright. Verrick ha ordito un complotto per tentare di riprendere il suo posto, coinvolgendo fra gli altri proprio Benteley. Non vi dico come prosegue, vi lascio la sorpresa.


Come dicevo all'inizio, in questo libro Dick è già Dick. Il lettore abituale di PKD ritroverà alcune delle tematiche tipiche della sua letteratura, che nei decenni successivi svilupperà con maggiore profondità filosofica, psicologica e sociologica: il simulacro, la religione e la speranza nell'arrivo di qualche Messia diffusa quasi a livello di superstizione, l'alienazione dell'uomo nella società ipertecnologica.


Buona lettura.

mercoledì 12 dicembre 2007

Quiz

"Vorrei fare a pezzi tutto questo, ma non accadrà... piuttosto collasserà. Ogni cosa è sottile, vuota e metallica. I giochi e la lotteria non sono altro che giocattoli per bambini tirati a lucido! Tutto è tenuto assieme dai giuramenti Posizioni in vendita, cinismo, lusso e povertà, indifferenza... il pigolio di sottofondo degli impianti tv. Un uomo se ne va in giro per ammazzarne un altro e tutti applaudono e si godono lo spettacolo. In che cosa crediamo? Che cosa ci rimane? Brillanti criminali lavorano per potenti criminali. Tutta la nostra lealtà è riposta in un assurdo giuramento davanti a un busto di plastica.


[...]


E' molto più di questo, non farti illusioni. Sta iniziando a trasparire tutta la struttura debole e corrotta del sistema. Un giorno lo scoprirai anche tu. Io, invece, lo vedo distintamente già da ora. Ma che cosa potevi aspettarti da una società basata sui giochi, sui Quiz e sull'omicidio?"


Philip K. Dick - Lotteria dello spazio (Solar Lottery)

venerdì 30 marzo 2007

Se qualcuno prova a svegliare i dormienti

Come ho scritto ieri, ultimamente mi dedico poco alle mie letture, ma è ora di dire due parole sull'ultimo romanzo di Dick che ho terminato, Svegliatevi dormienti (nell'edizione originale The Crack in space).


Svegliatevi, dormienti


 Questo Svegliatevi dormienti, scritto negli anni considerati più fecondi per l'opera di Dick, a metà dei '60, non è mai stato considerato uno dei capolavori dickiani, anzi è sicuramente inferiore ai suoi migliori libri. Tutto sommato però l'ho apprezzato, e per me è superfluo dirlo. Intanto il romanzo, a più di 40 anni dalla stesura, si dimostra attualissimo nella nostra epoca, raccontando la vicenda di Jim Briskin, candidato di colore destinato a diventare presidente degli Stati Uniti (e all'inizio del libro uno dei personaggi sostiene che sarà la rovina se un nero diventerà presidente). Immagino dovesse essere qualcosa di rivoluzionario pensare ad un presidente di colore in quegli anni di battaglie civili, soprattutto se pensiamo che solo oggi Barack Obama si è candidato per le primarie dei democratici americani, con buone probabilità di soffiare la corsa alla Casa Bianca a Hillary Clinton.


Dick con questo romanzo ha creato una allegoria degli Usa del suo tempo, con la solita incredibile capacità di guardare oltre e di scorgere i cambiamenti futuri della società. I dormienti del titolo italiano, sono i milioni di cittadini americani che sono stati ibernati perché poveri, improduttivi, incapaci di sostentare sé stessi e potenzialmente un pericolo per lo sviluppo della società capitalista (in larga parte neri e ispanici); i dormienti diventano il centro della campagna elettorale di Briskin, che promette di svegliarli e di inviarli alla colonizzazione dell'altra Terra scoperta oltre un varco dimensionale, una Terra che pare incontaminata e pronta a disposizione dell'umanità. Ma non sarà così, perché dall'altra parte i primi esploratori troveranno un'altra razza umana, estinta sul nostro pianeta milioni di anni fa, quella del cosiddetto uomo di Pechino, uscito probabilmente battuto dallo scontro con l'Homo Sapiens.


Questo romanzo di Dick è popolato di personaggi in qualche modo grotteschi fortemente caratterizzati, e meno definiti psicologicamente rispetto al solito (e forse questo aspetto riduce il valore letterario del libro), che danno comunque una certa vitalità ad una storia che sotto sotto vuole parlare soprattuto di razzismo (e in quale modo migliore si ridefinisce la categoria di razzismo se non confrontandosi con una razza alternativa all'Homo Sapiens?), di rapporti sociali e di potere, di politiche del consenso, di disagio sociale, culturale ed economico. Di fronte ai problemi del paese e del mondo, forse Briskin è l'uomo giusto, per quanto non eccezionale ma piuttosto cittadino medio.


Svegliatevi dormienti si legge con facilità, rispetto ad altri romanzi dickiani non chiede al lettore di infilare la testa nella trama del reale per cercare di capire cosa c'è sotto; come detto, The Crack in space ha toni allegorici, è un libro a tratti divertente, forse non del tutto riuscito ma che merita un po' di attenzione.

venerdì 2 marzo 2007

martedì 27 febbraio 2007

La trasmigrazione di Timothy Archer

E fu così che pagina dopo pagina arrivai alla fine della Trilogia di Valis. Devo dire che mi ha fatto uno strano effetto leggere l'ultimo libro scritto da Dick, La trasmigrazione di Timothy Archer, il terzo volume della trilogia iniziata con Valis: si percepisce leggendo quel libro la voglia dello scrittore quasi di tirare le somme, a forza di parlare di vita dopo la morte, quasi come se presagisse la prossima fine. Non so, magari mi lascio suggestionare.


Miei attenti lettori sarete ansiosi di sapere di che parla la Trasmigrazione. Bene, intanto segnalo subito due particolarità stilistiche, per Dick: si tratta di uno dei pochi libri scritti in prima persona da Dick e si tratta di uno dei pochi ad assumere come punto di vista quello di una donna. La Trasmigrazione è un romanzo mainstream, che si discosta in questo dai primi due volumi della Trilogia, di stampo più marcatamente fantascientifico.


Angel Archer inizia a raccontare la storia del vescovo Tim Archer, suo suocero, e delle persone che se ne sono andate prima di lui in una sorta di rincorsa del fato verso la fine, nel giorno della morte di John Lennon. Angel rivive le vicende che hanno portato prima alla morte di suo marito, poi dell'amante del vescovo ed infine del vescovo stesso. Angel in fondo non è la vera protagonista ma allo stesso tempo lo è: la vicenda terrena del vescovo Archer, al centro del romanzo, e la sua ricerca della vera natura di Dio (da scovare fra gli scritti delle sette ebraiche zadochite) sono un grande tema (il tema perseguito ossessivamente da Dick negli ultimi anni della sua vita) ma secondo me il romanzo parla più della ricerca di Angel di una vita quanto più serena possibile, per sfuggire alla sequenza di morti di cui è stata costellata la sua vita, ultima quella del vescovo (non vi rivelo niente, se avete intenzione di leggere il libro: tanto Angel ve lo dice subito che quelle tre persone non ci sono più, in un modo o nell'altro), e per giungere anche lei ad una qualche comprensione.


Angel cerca ad ogni modo di rimanere legata alla realtà, di non distaccarsene come hanno fatto le persone a lei care, perse nel cercare di parlare con i morti e di comprendere il mistero di Dio, ma in fondo anche ha il suo modo per fuggire dal mondo reale, ed è la via della cultura e della letteratura, che tutto spiega e fa sì che tutto sia già stato visto e capito, attraverso i pensieri e gli scritti di qualcun altro; così Angel, eterna studentessa universitaria, che ha letto la Commedia di Dante in una notte, cerca di uscire dalla spirale di morte, fra molti sensi di colpa e molti vuoti. Fino a che la stessa Angel inizierà a guardare all'altro mondo in modo diverso, in occasione della Trasmigrazione (leggete il libro, non vi svelo il finale) del vescovo, chiedendosi se sia reale o meno, se crederci o meno, ma dando l'impressione che anche lei di fronte al mistero di Dio e della morte si arrenda al fluire degli eventi, e forse trovi una consolazione.

giovedì 22 febbraio 2007

A 25 anni dalla morte

Al di là dell'incazzatura per ciò che accade nel mondo reale, meglio rifugiarsi nel mondo dickiano (ma in fondo gli psicodrammi della politica italiana non sono un po' dickiani, frutto di una percezione distorta della realtà, coperta da un velo di illusione? Non può essere tutto vero).


Uscendo dal lavoro oggi, passando davanti alla mia libreria preferita non ho potuto fare a meno di notare la bellissima iniziativa di Fanucci Editore: in occasione del 25° anno dalla morte di PKD (sono 25 il 2 marzo) Sergio Fanucci ha ripubblicato 24 romanzi di Dick, in bellissime da collezione, a tiratura limitata, più un 25°, una vera chicca: l'inedito Il paradiso maoista, scritto da Dick a 24 anni, in assoluto il suo primo libro.


Non ho potuto fare a meno di ammirare tanta bellezza (tra l'altro in compagnia della mia commessa preferita): si tratta di edizioni ricercate, con copertura rigida, rilegate e non brossurate e soprattutto con copertine artisticamente stupende. Preso dalla solita frenesia allora ho preso tre libri che mi mancano. Guardate un po' che spettacolo


 Il paradiso maoista      Radio Libera Albemuth    Confessioni di un artista di merda


 


Come al solito di fronte ai libri, e soprattutto di fronte a quelli di Dick divento un vero consumista, ma bisogna dire che Fanucci ha fatto un gran regalo a tutti i cultori del grande scrittore. Di seguito qualche altra copertina di questa bella collana (Fanucci non si arrabbierà, spero, visto tutta la pubblicità che gli faccio)


Ma gli androidi sognano pecore elettriche?   L'androide Abramo Lincoln   Labirinto di morte


In questo piccolo mondo   La svastica sul sole   Le tre stimmate di Palmer Eldritch


Ubik

lunedì 19 febbraio 2007

Wiki!

Stamattina ho scoperto il mondo della enciclopedia collaborativa. Scoperto non nel senso che non la conoscessi, ovviamente, ma ho postato il mio primo contributo su Wikipedia.


Stavo effettuando alcune ricerche su google per saperne di più sui riferimenti sui quali Dick si è basato per la trilogia di Valis (lo gnosticismo, i testi delle antiche sette ebraiche degli esseni e degli zadochiti, il mito di Elia, la filosofia platonica, i vangeli apocrifi), quando sono capitato alla voce di Wikipedia sui vangeli apocrifi, che alla fine presenta, quali riferimenti nella letteratura popolare ai suddetti vangeli apocrifi proprio i libri di Dick che compongono la trilogia.


Visto che sulla Wikipedia italiana c'è una voce sulla trilogia ma non vi sono voci per i tre romanzi, stamattina, intanto, ho postato qualche riga su Valis. Nei prossimi giorni se sarò ispirato scriverò anche degli altri due libri.


La cosa davvero interessante è che la mia voce, appena pubblicata, ha ricevuto subito alcune modifiche (per esempio io non avevo inserito il riferimento alla categoria; un'altra modifica è secondo me del tutto inutile: hanno tolto la T maiuscola alla parola trilogia), a dimostrazione delle potenzialità della costruzione collaborativa di una enciclopedia, che muta continuamente proprio in virtù dei contributi di milioni di persone, che creano di fatto un grande ipertesto di informazioni correlate fra loro. Quello che mi chiedo è piuttosto quanto siano affidabili le informazioni che si trovano su Wikipedia: è vero che la possibilità per chiunque di modificare una voce è già garanzia che un errore sia corretto, ma resta sempre la possibilità teorica che qualcosa sfugga.


Tra l'altro ho ripescato questo articolo del giugno scorso correlato in qualche modo al quesito che pongo; si dice che Wikipedia sia affidabile come l'Enciclopedia Britannica, e sul lungo periodo probabilmente è vero (visto il meccanismo di correzione continua e collaborativa di ciò che viene pubblicato), ma la stessa Wikipedia ha blindato alcuni argomenti tabù, perché possono essere oggetto di controversie ed interpretazioni e che quindi possono ricevere contributi solo dagli utenti più qualificati nella comunità e dopo un apposito vaglio (Cina, Cuba, Kosovo, alcune voci concernenti l'islam, l'ebraismo e l'antisemitismo, perfino la voce Christina Aguilera).


Credo che sia un conflitto non del tutto risolvibile: da una parte c'è la piena libertà di divulgare delle conoscenze, dall'altra ci devono essere dei meccanismi di controllo di quello che viene pubblicato, meccanismi e criteri di controllo che devono essere decisi da qualcuno responsabile, per così dire, della linea editoriale. Il problema, secondo me, che sono comunque un tecno-ottimista, è dato dal confine molto labile fra ciò che costituisce soltanto un errore e ciò che invece può essere diffamazione, propaganda, incitazione al razzismo e chi più ne ha più ne metta.


Forse l'unico antidoto, e torno al discorso di prima, risiede comunque nel formato collaborativo di ciò che viene inserito in Wikipedia.

domenica 11 febbraio 2007

Divina invasione

Herb Asher se ne stava tranquillo nella sua cupola su uno sperduto pianeta in un altro sistema stellare quando Dio gli ha parlato e gli ha comunicato che avrebbe dovuto sposare Rybis Rommey, la sua vicina di cupola, perché la donna aspettava suo figlio.


Ricorda qualcosa a qualcuno? Riassunto all'estremo Divina Invasione, secondo romanzo della trilogia di Valis di Philip K. Dick, parla di questo, della venuta del nuovo Salvatore, che in realtà è Dio stesso.


Divina Invasione è la messa in opera della cosmogonia che Dick ha sviluppato nel corso di anni e spiegato in Valis: per Dick l'universo è duale, composto da un lato reale e da un altro irreale, pura informazione, un velo di illusione creato da una divinità scissa in due che così ha fermato il tempo trasformandolo in spazio (citazione dalla Saga dei Nibelunghi di Wagner che Dick cita continuamente); in realtà noi saremmo ancora in epoca romana, solo lo spazio intorno a noi sarebbe cambiato per darci l'illusione dello scorrere del tempo. Il Dio di Dick è molto vicino a quello della tradizione gnostica, un Dio che ha creato l'universo e allo stesso tempo il suo antagonista che ha coperto con un velo la realtà vera.


Divina Invasione racconta allora del tentativo di Dio di porre termine alla sua scissione e di riacquistare unità: per far ciò bisogna superare l'illusione in cui vive l'umanità, ma Dio stesso crea illusioni e vive all'interno di una illusione. Solo la piena coscienza della natura divina gli dà il potere di controllare entrambi i piani dell'universo, e a quel punto Dio illumina chiunque riesca a scoprire la natura illusoria della realtà (virtuale, diremmo oggi alla luce di un immaginario, quello contemporaneo, che tanto deve a Dick) e vivere allora la miglior vita possibile, che forse è a sua volta un'altra illusione.


Chi ha familiarità con la narrativa di Dick navigherà bene fra queste pagine e quelle di Valis, anzi potrà comprendere meglio il continuo scivolamento reciproco fra realtà e irrealtà che è il tema principale di tutta la sua opera: ricordo ancora che è la seconda volta che leggo la Trilogia, e finalmente tutto si incastra.

sabato 20 gennaio 2007

Ho visto un raggio rosa?

In questo periodo in cui non mi va di scrivere pi di tanto e soprattutto non mi va di riempire il web con le mie riflessioni sui massimi sistemi. Mi va però di raccontare un sogno.

Nel sogno io ero Philip K. Dick e allo stesso tempo Stefano: sapevo di non essere PKD e ma allo stesso tempo ero PKD. Come posso spiegarvelo? Contemporaneamente, nel sogno, parlavo di Dick e spiegavo la sua visione del mondo e della realtà e dell'irrealtà del divino (come come credo di averla capita da un capolavoro come Valis) e sentivo una personalità diversa, un uomo con un folto barbone, che parlava attraverso me: ero diventato il profeta di Dick!

Sarò diventato matto? Inizio ad avere scissioni dipolari della personalità come Dick, o almeno del Dick di Valis? Dick mi parla e io diffondo il suo pensiero? Forse, più banalmente, la stessa sera prima di addormentarmi ho terminato il primo romanzo della Trilogia di Valis, letto per la seconda volta e stavolta posso dire di averlo capito: ammetto che qualche anno fa non ero in grado di stare dietro alle riflessioni filosofiche e teologiche di Dick, ma ora che ho letto quasi tutto di PKD queste stesse riflessioni fanno parte di un quadro più grande e a suo modo coerente.

Valis racconta l'esperienza mistica di Horselover Fat (l'alter ego di Dick già dal nome: Philip etimologicamente significa amante dei cavalli, Dick in tedesco vuol dire grasso) che nel 1974 vide un raggio rosa entrargli nel cervello e gli trasmise informazioni sulla natura del mondo, del rapporto fra reale e irreale, della sostanza irreale del reale, e soprattutto su chi o cosa sia Dio e sull'arrivo del Salvatore. Inutile dire che fu Dick a raccontare di avere avuto questa esperienza, e fu lui ad essere ricoverato davvero in ospedale psichiatrico, non Horselover Fat.

Allora PKD racconta le vicende di Horselover, la sua ossessiva ricerca della verità che sta dietro al mondo, le sue letture degli gnostici e delle filosofie orientali, il tuffarsi nella scrittura della sua esegesi. E nel raccontare le vicende di Horselover Dick oscilla dalla terza persona alla prima, fino ad arrivare a svelarsi come il narratore, Philip scrittore di fantascienza, e infine a comprendere lui, dopo il lettore, che Horselover non era altro che una sua proiezione.

Questa dualità di Dick, non solo nel romanzo ma in qualche modo anche nella vita, lui che da una parte pensava sul serio, alla maniera degli gnostici, che il mondo sia una proiezione irreale, virtuale potremmo dire oggi, di una qualche entità che si finge Dio ma che potrebbe essere anche solo una struttura artificiale, magari realizzata da una civiltà più avanti della nostra, e nell'arrivo del nuovo Messia, e dall'altra parte si guardava e si definiva pazzo.

Valis è un libro per entrare nella mente di Dick, come recita il sottotitolo di una biografia pubblicata da poco che mi aspetta sullo scaffale, per conoscere la sua visione della realtà come un'entità duale, come un velo irreale artificiale che ricopre una realtà per noi insondabile, in cui il tempo si tramuta in spazio.

lunedì 15 gennaio 2007

Reale e non reale

«Se solo riuscissero a raggiungere il tempo del sogno!» gridò Kevin. «Quello è l’unico tempo vero; tutti gli eventi veri accadono nel tempo del sogno! Le azioni degli dèi!»

Sotto ogni altra cosa, perfino sotto la morte stessa e la volontà di morte, è nascosto qualcos’altro, e questo qualcosa è il nulla. Il basamento di roccia della realtà è l’irrealtà; l’universo è irrazionale perché è costruito non semplicemente sulle sabbie mobili, ma su ciò che non è.

Una volta, mentre tenevo una conferenza all’università di California, a Fullerton, uno studente mi chiese una definizione breve e semplice di ‘realtà’. Io ci pensai su e risposi: «La realtà è quello che quando uno smette di crederci non sparisce.»

Philip K. Dick – Valis

giovedì 11 gennaio 2007

Passato e futuro

«Una delle più grandi benedizioni di Dio è che ci tiene perennemente nascosto il futuro. […]
E Horselover Fat proseguì nella sua lunga, insidiosa discesa nel dolore e nella malattia, in quel tipo di caos che gli astrofisici dicono attenda l’intero universo. Fat era avanti al suo tempo, avanti all’universo. Alla fine si dimenticò quale evento avesse dato inizio alla discesa nell’entropia; Dio, misericordiosamente, ci nasconde il passato, oltre al futuro.»

Philip K. Dick – Valis

lunedì 6 novembre 2006

Rassegna cinematografica su PKD

Ho ricevuto una mail in cui mi si comunica che da domani a Bologna inizia una rassegna cinematografica dedicata a Philip K. Dick: non posso esimermi dal segnalarla (purtroppo per gli organizzatori questo blog è abbastanza desertico, in quanto a frequentazioni). Aggiungo di mio, a proposito di cinema tratto da PKD, che tempo un paio di settimane esce di nuovo, finalmente, il DVD di Blade Runner: eranno anni che lo cercavo ma era fuori catalogo.


Comunque, copio e incollo il comunicato stampa della rassegna


P.K. DICK DALLA PAGINA ALLO SCHERMO
Rassegna cinematografica dedicata al cinema tratto
ed ispirato alla narrativa di Philip Kindred Dick

In contemporanea all'uscita nelle sale cinematografiche della pellicola A Scanner Darkly, tratta dall'omonimo romanzo Philip Kindred Dick, e della attesa riedizione del DVD in lingua italiana di Blade Runner, si terrà a Bologna, presso la libreria Nessundove Shop dal 7 Novembre 2006 e fino al 12 Dicembre, una rassegna cinematografica dedicata a P. K. Dick, dove si discuterà del suo rapporto con il cinema e dell'influenza della sua poetica su pellicole non direttamente tratte dai suoi scritti.
La rassegna, divisa in due parti, prederà in considerazione sia film direttamente tratti da novelle di Dick come Impostor, (dall'omonimo racconto del 1953) e Screamers - Urla dallo Spazio (dal racconto Modello Due sempre del 1953), sia da pellicole direttamente ispirate alla poetica di Dick, come Dark City, metafora della ricerca di un'identità e di una percezione della realtà perduta, e Cypher, che presenta anche esso come tema centrale la perdita dell’identità.

I film saranno preceduti da una presentazione a cura di Luca Oleastri, esperto di cinema di fantascienza ed allievo diretto dello storico del cinema fantastico Giovanni Mongini, nonchè tecnico degli effetti speciali per il cinema ed illustratore di genere fantastico.


PROGRAMMA

Martedì 7 Novembre
IMPOSTOR (USA 2002), regia di Gary Fleder, con Gary Sinise, Vincent D'Onofrio, Madeleine Stowe

Martedì 14 Novembre
SCREAMERS - URLA DALLO SPAZIO (USA 1996), regia di Christian Duguay, con Peter Weller, Roy Dupuis, Jennifer Rubin

Martedì 5 Dicembre
DARK CITY (USA 1998), regia di Alex Proyas, con Kiefer Sutherland, Jennifer Connelly, William Hurt

Martedì 12 Dicembre
CYPHER (USA/Canada 2002), Regia di Vincenzo Natali, con Jeremy Northam, Lucy Liu, Timothy Webber

Le presentazioni dei film e le proiezioni gratuite su grande schermo si terranno a partire dalle ore 20,30 presso la libreria Nessundove Shop, Via San Tommaso del Mercato 1/c, Bologna.

Per informazioni:

telefono: 051/269801
email: info@ndshop.eu
web: www.ndshop.eu



venerdì 27 ottobre 2006

Cosa possiamo vedere?

Che cosa vede uno scanner? Dentro la testa, dentro il cuore?
Vede fin dentro di me? Dentro di noi? In modo chiaro od oscuro?
Io spero possa vedere con chiarezza, perché io non riesco a vedermi dentro,
ormai. Vedo solo tenebre. Tenebre tutt'intorno; tenebre dentro
Spero, per il bene di ciascuno, che le olocamere facciano meglio.
Perché se all'olocamere è dato solo un oscuro scrutare, nel modo
in cui a me è dato, allora nostra è la maledizione, e tutti siamo maledetti,
così saremo spinti verso la morte, conoscendo poco o nulla, e quel poco,
e quel nulla, conoscendolo male.


- Philip K. Dick -


 Visto che non so che scrivere, o non mi va di scrivere fate un po' voi, posto questa bella citazione dickiana, che apre il volume del graphic novel pubblicato da pochi giorni basato sul film e sul libro di Dick "A scanner darkly": anche se è basato sul film (quello che i giapponesi, forse, chiamerebbero un anime book) questo cartonato è davvero ben curato, e i testi sono tratti, invece, dalla traduzione italiana di "Un oscuro scrutare". Direi che si tratta di una chicca per appassionati di Dick: la mia copia ancora odora di stampa (avete presente quell'odore fra colla e inchiostro?) e credo che la custodirò gelosamente.