Moebius

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giovedì 19 marzo 2015

Walking on the moon

Ieri erano 50 anni da quando l'astronauta russo Aleksej Archipovič Leonov ha compiuto la prima passeggiata spaziale della storia
(foto da: Il Post

sabato 8 dicembre 2012

Quello che vuole la tecnologia

More about Quello che vuole la tecnologiaPer rispondere alla domanda “Cosa vuole la tecnologia?” Kevin Kelly ricorre alla teoria dei sistemi adattivi complessi per mostrare quanto la tecnologia sia qualcosa di più che un mero insieme di aggeggi tecnologici. Ma già il fatto di porsi questa domanda significa prendere posizione perché si parte dall’assunto che la tecnologia, appunto, voglia qualcosa?

Innanzitutto, guardare alla tecnologia come a un sistema complesso significa stabilire i confini del fenomeno che stiamo indagando. Kelly definisce l’oggetto della sua indagine “technium”, che è dato non soltanto dagli artefatti tecnologici prodotti dall’uomo durante la sua evoluzione ma è piuttosto il risultato di quanto prodotto dalla civiltà umana dal momento in cui il primo ominide si è alzato in posizione eretta.

Da quel momento il technium ha iniziato a evolvere parallelamente all’aumento delle capacità cognitive dell’uomo. Per alcuni millenni l’evoluzione del technium è proceduta molto lentamente: le invenzioni/scoperte più significative che hanno accompagnato la crescita dell’umanità sono state, in ordine sparso, i primi manufatti di selce, il fuoco, la lavorazione del legno, l’agricoltura, la vita in comunità sedentarie, i primi villaggi. Ovviamente il linguaggio è ciò che ha rappresentato il salto in avanti più grande, così come millenni dopo la scrittura.

Questo approccio non risulta certo nuovo a chi abbia un po’ di dimestichezza con l’antropologia, con la sociologia e, per rimanere ai media e alla tecnologia, col pensiero mcluhaniano.
Ciò che ho trovato particolarmente interessante è il parallelismo che Kelly sviluppa fra evoluzione biologica e evoluzione tecnologica. Mettendo da parte l’idea tradizionale di evoluzione che, a partire dal Big Bang, è guidata soltanto dal caos Kelly fa invece riferimento a quella corrente di pensiero che vede una intenzionalità nel processo evolutivo. Questa intenzionalità significa, semplificando, che il più piccolo organismo unicellulare concepibile a un certo punto ha desiderato riprodursi; alla riproduzione segue una sempre maggiore complessità biologica (da una a due cellule, e così via), fino ad arrivare a noi.

Traslando questo discorso verso la tecnologia, il technium (di cui noi stessi facciamo parte se lo vediamo come un sistema complesso) è evoluto nel corso dei millenni con uno scopo preciso: espandersi, crescere, divenire sempre più complesso. Questa evoluzione all’inizio è stata lenta ma al crescere della complessità è diventata sempre più veloce fino ad arrivare agli ultimi secoli, durante i quali si è registrata un’impennata esponenziale della quantità di innovazioni introdotte nel technium.
Ogni tecnologia (in senso lato: il sistema giuridico è una tecnologia, il metodo scientifico è una tecnologia, e delle più importanti) ha consentito un avanzamento molto più veloce e ha posto le basi per far sì che altre tecnologie potessero svilupparsi perché un nuovo utensile, una nuova metodologia di lavorazione, un nuovo macchinario creano un contesto fertile per ulteriori innovazioni.

L’affermazione più forte di Kelly è che certe tecnologie volevano emergere e sarebbero emerse comunque in un dato momento storico proprio perché il risultato di determinato contesto culturale, sociale, produttivo. Alcune tecnologie erano inevitabili.
Molto interessanti sono gli esempi che l’autore porta per quanto riguarda invenzioni o scoperte che emerse contemporaneamente in luoghi diversi a opera di persone differenti che non lavoravano insieme (ad esempio il telefono o la lampadina) o di quelle che invece sono comparse, scomparse e ricomparse più volte finché non sono diventate sufficientemente mature per trovare la loro giusta collocazione (come esempio recente penso ai tablet che sono comparsi più volte negli ultimi 20-30 anni ma si sono radicati solo recentemente grazie alla maturità tecnologica che hanno raggiunto e, soprattutto, al ventaglio di usi che la Rete consente oggi e che ancora non permetteva soltanto 15 anni fa).

Il libro di Kelly è molto ricco di suggestioni, accompagnate da dati ed esempi, alcune magari non proprio condivisibili se non viste all’interno di questo panorama (come l’idea che la tecnologia così intesa sia dotata di libero arbitrio). Forse pecca un po’ di determinismo ma è sicuramente una lettura stimolante, soprattutto nelle prime parti perché poi negli ultimi capitoli si perde un po’. Kelly ha comunque il merito di non voler fare il profeta dell’evoluzione tecnologica a tutti i costi; egli stesso spiega che alcune tecnologie non le usa e che per certi aspetti preferisce uno stile di vita più semplice.
L’adozione o meno di una tecnologia è comunque sempre una scelta; in differenti gruppi sociali, per ragioni storiche, ambientali e quant’altro, possono essere presenti certe tecnologie e non altre, possono affermarsene alcune senza che si siano prima diffuse quelle precedenti (ad esempio in molte zone africane è per presente il cellulare mentre è molto meno facile trovare linee telefoniche fisse).

martedì 1 maggio 2012

Le colonie spaziali della Nasa

Vi segnalo questa bella gallery proposta da Il Post sui progetti di colonie spaziali che i ricercatori della Nasa immaginavano negli anni '70.



A parte la bellezza delle illustrazioni, è interessante il fatto che quelle immagini mostrano come scienza e immaginario vadano spesso insieme, influenzandosi a vicenda, con risultati affascinanti anche quando, dopo 40 anni, quei progetti sono stati abbandonati.

L'esplorazione spaziale ha probabilmente perso il fascino di un tempo e l'idea che l'uomo debba colonizzare lo spazio è stata soppiantata dai moderni osservatori, dalle sonde e dai rover inviati su Marte ma provate sovrapporre a quelle immagini i vostri film, libri e fumetti di fantascienza preferiti.




giovedì 1 marzo 2012

Percezioni reali per oggetti impossibili

Phlegm, Sheffield

A volte lungo il percorso attraverso l'immaginario si seguono percorsi particolari e ci si imbatte in curiose coincidenze. Leggevo, giusto l'altra mattina, di illusioni e figure impossibili*; di come la realtà fisica ci possa apparire in modo in modo differente da come realmente è; di come i meccanismi della percezione possano farci sembrare come perfettamente plausibili cose del tutto inesistenti.


Triangolo di Reutersvärd

Uno dei più famosi oggetti impossibili è il cosiddetto triangolo di Penrose, creato per la prima volta dall'artista svedese Oscar Reutersvärd nel 1934 e reso celebre successivamente dal matematico Roger Penrose. Il triangolo impossibile, quindi, è una figura che può esistere solo bidimensionalmente e che soltanto un'illusione ottica rende plausibile per il nostro cervello, come nell'immagine di fianco.
 E proprio dopo aver letto di queste illusioni mi sono imbattuto nell'opera che apre questo post, realizzata dallo street artist Phlegm a Sheffield. 
Ma si tratta solamente di uno dei tanti esempi di triangolo impossibile nelle arti figurative, a cominciare da Escher.  


Escher - Relatività

Escher - Cascata

Anche se la teorizzazione del triangolo impossibile è relativamente recente, in pittura è possibile trovare anche esempi precedenti, come in Bruegel.

Pieter Bruegel - La gazza sulla forca

*Piergiorgio Odifreddi, C'era una volta un paradosso, gradevole testo di divulgazione che spazia dalle illusioni percettive fino ai paradossi della filosofia e della matematica.

martedì 28 febbraio 2012

Ancora sull'androide PKD, che stavolta perde la testa

Qualche anno fa apparve una notizia curiosa, che segnalai su Immaginaria: l'androide Philip K. Dick era stato rubato!

Si trattava di un automa (androide mi sembra un termine troppo ambizioso) con le sembianze di PKD in grado di "conversare" con i suoi interlocutori (chissà se alla domanda che cos'è la realtà avrebbe risposto: è quella cosa che quando smetti di crederci non sparisce) protagonista di una misteriosa sparizione.

Uno dei ricercatori coinvolti nella vicenda ci ha scritto su un romanzo, che sarà pubblicato da Fanucci nei prossimi giorni (qui maggiori dettagli).

sabato 25 febbraio 2012

Brain training, life training

Ho sempre, sinceramente, pensato che per produrre un'opera originale (e uso la parola opera in senso lato, come una produzione dell'ingegno e della creatività) spesso non basti il talento puro. Non è possibile scrivere Infinite Jest (visto che siamo nella settimana di #DFW50), inventare la lampadina, scoprire la penicillina o creare il web solo con la pura ispirazione ma è necessaria una grande dedizione alla propria vocazione (quella in qualche modo serve sempre).

 Gli studi dello psicologo cognitivo Anthony McCaffrey, di cui parla oggi La Repubblica, vanno proprio in questa direzione. Al di là del valore scientifico della ricerca (che non sono assolutamente in grado di giudicare), mi affascina moltissimo l'idea che la creatività non sia legata soltanto al genio individuale. O meglio, che il genio da solo non sia sufficiente per ottenere successi e riconoscimenti.

Bisogna essere degli stakanovisti, fare ogni giorno i propri "esercizi", allenare il cervello a costruire nuove connessioni, a rielaborare la realtà secondo schemi innovativi e mai visti prima. Quando non si fa ciò e si inizia a battere strade già conosciute ci si impoverisce inevitabilmente, le nostre idee perdono in originalità, le aspirazioni evaporano e tutto diventa routine e prevedibilità.
La creatività è faticosa. Essere creativi richiede impegno. Riempire le proprie vite di novità e far sì che da queste nasca qualcosa di bello e importante, per sé e per gli altri, è una cosa che richiede, quindi, anche un grande lavoro su se stessi per imparare ad aprirsi alla realtà, a leggerla e a riconoscere quegli spiragli di luce in cui infilarsi per riemergerne con nuove idee e passioni. 


lunedì 7 gennaio 2008

Fiocco azzurro (o rosa?) nel Web

Nasce oggi Wikia Search, motore di ricerca lanciato dai creatori di Wikipedia che, si annuncia come una vera e propria rivoluzione rispetto ai motori di ricerca come li abbiamo finora conosciuti. Wikia Search è ancora in fase alpha, quindi non aspettatevi chissà che prestazioni; trovo però molto interessante la filosofia del progetto, che nasce offrendo grandi possibilità di social networking e con una filosofia di base che vuole rendere molto più trasparenti i suoi meccanismi di ricerca (già ho avuto modo di scrivere qui come Google, sicuramente il motore più potente, sia tutt'altro che trasparente).


Proprio sul versante della trasparenza mi sembra si nasconde la più grande potenzialità di Wikia Search, e la più grande novità. Il ranking delle varie pagine web (per ora che le pagine indicizzate sono davvero pochine; uno dei suoi creatori dice a Repubblica che ci vorranno almeno due anni per arrivare a livelli paragonabili a Google) sarà determinato anche dalle preferenze degli stessi utenti, che avranno la possibilità di votare i risultati delle ricerche e di discuterne in modalità wiki. In più, mi sembra di capire dando un'occhiata superficiale al portale, Wikia Search sembra puntare su tecnologie semantiche (e mi preme sottolineare questo aspetto visto che con una tesi sul semantic web mi ci sono laureato, ormai quasi tre anni fa: come passa il tempo), visto che è attivo nella comunità che si sta occupando di questo sviluppo un Semantic Lab: rosico, questo sì che sarebbe stato un bel caso da studiare.

domenica 25 settembre 2005

Un super-cervellone blu

Giorni fa ho letto una notizia veramente interessante, che coniuga gli sviluppi della computer science e quelli dell’Artificial Intelligence con le neuroscienze. Il progetto Blue Brain del Politecnico di Losanna mira a studiare il funzionamento del cervello umano a partire dalle simulazioni del comportamento dei singoli neuroni, attraverso l’uso del supercomputer Blue Gene, che ha una capacità elaborativi di 22,8 teraflop (quasi 23mila miliardi di operazioni al secondo).

 

Blue Brain riprodurrà il modello di una parte della colonna della neurocorteccia, una delle parti più importanti del cervello; successivamente queste singole parti saranno “clonate” su altri sistemi in modo da completare l’intera colonna e simulare il suo funzionamento nella totalità, e in prospettiva dell’intero cervello.

Blue Brain sarà dotato di un ricchissimo database e di software che recuperando quelle informazioni riprodurranno le proprietà molecolari, anatomiche e fisiologiche della struttura neocorticale.

 

Gli obiettivi più concreto di Blue Brain saranno lo studio di processi come la memoria, la percezione e l’elaborazione, ma attualmente già si pone il problema di potenziare il computer utilizzato che è ancora ben lontano dalla quantità di dati elaborati dal cervello umano, soprattutto in vista delle riproduzioni del modello per arrivare ad uno studio completo del funzionamento dei processi neurali e cognitivi umani. In questo senso gli sviluppi in IA delle reti neurali, in grado di autoevolvere e di apprendere (non è fantascienza, per chi non lo sapesse, esistono davvero) saranno quantomeno indispensabili per ogni passo futuro di questa ricerca, per studiare l’apprendimento e l’esperienza.

 

Beh, mi pare una ricerca affascinante, no? dal mio punto di vista, abituato ad immaginare, è intrigante non solo per i risultati che potrebbero raggiungersi nella conoscenza del cervello, ma perché questa ricerca va ad incidere direttamente anche nell’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale, settore che è stato ricco di voli pindarici ma anche di grandi risultati concreti.

Vista la deformazione che mi porto dietro per via della mia tesi non sarebbe male pensare ad un progetto del genere esteso in rete, su più computer (super e non) in modo da aumentare il più possibile la quantità di dati elaborabili (mi pare si chiami multi-sharing), e, qui lavoro di fantasia e sforo nella fantascienza a me cara, utilizzare la rete come un vero e proprio sistema nervoso e come bagaglio di informazione, anche se ancora non si è arrivati ad una informazione totalmente semantica per i computer. Vabbè, non so nemmeno io che cosa sto scrivendo.

 

La notizia io l’ho letta qui, ma è tratta da Le scienze, penso di settembre.

mercoledì 21 settembre 2005

Sexy shopping

Stamattina spulciando Repubblica.it mi è caduto l’occhio su questa notizia qui.

 

In pratica, sostiene il Nobel per l’economia Daniel McFadden, il raggiungimento di un  buon affare attiva gli stessi neurotrasmettitori che si attivano col sesso, perché le due attività sono controllate dalla stessa parte del cervello. Quindi comprare qualcosa bramato per lungo tempo appaga un po’ come il sesso.

 

Quindi astenuti forzati, forza tutti a comprare qualcosa! Ecco la nuova ricetta per rilanciare l’economia: chi non fa sesso si butti sui beni materiali! Speriamo non lo senta il Berlusca, che potrebbe dire che l’economia non tira perché gli italiani si fanno le pippe…

 

Seconda questione: è possibile teorizzare un kamasutra dello shopping? Godo di più se compro una matita o una macchina sportiva?

giovedì 30 giugno 2005

Oddio, hanno resuscitato PkD!

Leggo allibito questa notizia qui, con l'idea che molto probabilmente sia una bufala, senza aver ancora approfondito. L'Università di Memphis FedEx (FedEx???) Institute of technology ha creato un androide con le sembianze di Philip K. Dick, che nei suoi libri ha messo tutte le inquietudini dell'umanità legate allo sviluppo tecnologico, e alla possibilità dell'esistenza di androidi, di simulacri, che si sostuiscano, o si possano sostituire, agli esseri umani, con una gran vena di pessimismo di fondo che si traduce però in una filosofia dove, alla fine, è la percezione di esistere a generare l'idea di vita, come gli androidi di Blade Runner: perché loro non sarebbero vivi? A volte Dick viene citato a sproposito come l'autore che ha messo in opera le paure per lo sviluppo indiscriminato della scienza, in realtà tutto torna alla domanda: cos'è la vita?


Chissà che direbbe Dick, morto nel 1982, pochi tempo prima dell'uscita nella sale di Blade Runner, a vedere il suo replicante?



L'androide è stato presentato nel NextFest (23-26 giugno) organizzato dalla rivista Wired, la bibbia dell'evoluzione tecnologica e della società dell'informazione. Quindi sembrerebbe una cosa seria. Quello che mi sconfinfera poco è che questo Dick Androide sarebbe in grado, grazie a mirabolanti sviluppi dell' Intelligenza Artificiale, di sostenere una conversazione sugli argomenti dei suoi libri: l'illusione della realtà, la confusione fra realtà e finzione, il rapporto fra l'uomo e la tecnologia, la percezione della vita e dell'esistenza. Può essere? La foto sotto è l'androide intervistato...



Mentre cerco di capirne di più io stesso, vi lascio questi due link, che trovate anche nell'articolo che vi ho indicato, se qualcuno fosse curioso.


PDick Android


Memphis FedEX Institute of technology


Ripeto la mia idea, è solo una abile manovra pubblicitaria, posto che l'androide parli davvero e interagisca in qualche modo, lo farà solo in seguito a comandi specifici in modo da simulare un comportamento intelligente, come molte applicazioni viste negli studi di intelligenza artificiale, come lo storico Eliza, con cui è possibile interagire (provare per credere) come se si fosse davanti ad uno psicologo (questa è la versione scaricabile). Ci sono poi tante persone virtuali sparse in rete, una lista la potreste trovare qui.

lunedì 27 giugno 2005

Guarda casa tua dal satellite!

Da pochi giorni Google ha inaugurato un nuovo servizio di mappe, molto interessante perché non solo fornisce le mappe stradali ma anche le foto via satellite. C’è stata una polemica circa il fatto che le foto via satellite fornite da Google coprono in qualche maniera gli obiettivi sensibili americani (Casa Bianca, Pentagono, ecc.) per ovvi motivi di sicurezza nazionale ma lasciano del tutto scoperti i possibili obiettivi del resto del mondo (potete leggere sul Corriere della Sera).

 

A me di questo mi importa veramente poco. È invece interessante il fatto che possiamo giocare con queste mappe fino a trovare, per esempio, casa nostra, zoomando man mano finché non arriviamo dove vogliamo.

 

Questa è Roma (purtoppo salvando la foto me ne da solo una porzione)

 


 

Questo è il centro di Roma (anche qui il salvataggio è solo parziale. Oltre all'isola Tiberina, si riconoscono bene, in alto, Piazza Navona ed il Pantheon)

 


 

Questo è il mio quartiere (e si riconoscono bene viale Marconi, ponte Marconi, via e Piazza Enrico Fermi, via Oderisi da Gubbio, piazza della Radio)

 


 

 

 

Questo è il mio palazzo (evidenziato in rosso: le frecce indicano approssimativamente il mio portone e il mio terrazzo, che si vede poco perché in ombra)

 


 

 

 Mi sono laureato qui, questa è la facoltà di Scienze della comunicazione, via Salaria (la freccia indica il punto quasi preciso dove si trovava l'aula in cui sono diventato dottore)

 


Questa invece è la piana del Fucino in Abruzzo (e quella specie di freccia indica la città di Avezzano): tutti i quadratini tipo mosaico sono i campi coltivati

 


 

Questo è Luco dei Marsi, in Abruzzo, dove passo parte dell’estate da 26 anni.

 


 

E questo è ancora il paese al massimo dello zoom consentito da Google maps per i piccoli centri

 


 

Ad altri il commento su questo servizio, che io trovo divertente. Alcuni diranno: e al privacy? E la sicurezza? Boh, non mi pongo il problema, secondo me è un peccato che il massimo dello zoom consentito non permetta di vedere me mentre sto a leggere sul terrazzo! Certo, che se pensiamo che con i satelliti teoricamente siamo tutti sorvegliabili…

lunedì 14 marzo 2005

Vite virtuali

 

Se abitate in Asia ed avete un telefonino di terza generazione (i videofonini per capirci) ora c’è la ragazza che fa per voi. Si chiama Vivienne Rose, è nata il primo dicembre 1983, fa la designer e ha un diploma in design, per l’appunto, parla come prima lingua l’inglese ma sta imparando anche il cinese, il giapponese ed il coreano. E soprattutto non ha mai avuto storie serie, è in cerca del grande amore, fatevi avanti!

Vivienne è la vostra ragazza virtuale (se abitate in Asia, ma mi sembra di aver capito che potrebbero lanciare questa cosa un po’ in tutto il mondo) che vi vorrà bene ma che dovrete accudire: guai a dimenticarvi del suo compleanno o a non farle dei regali, si incazzerà come un bufalo. Con Vivienne potrete chattare in tempo reale o scriverle degli sms a cui lei risponderà subito; vi invierà mms con le sue foto e vi chiederà di starle vicino quando è giù, e dovrete essere bravi a consolarla (non si sa mai che vi lasci…).

 

Vivienne è un giocattolino interessante che si trova in rete, e si vorrete fare una passeggiata sul suo sito vedrete che è pure una bella ragazza (il sito è tutto in Flash e non so esportare le immagini da flash, posto che si possa fare, sennò vi facevo vedere una foto). Ad un modico prezzo Vivienne vi riempirà di attenzioni ma ve ne chiederà anche: potrebbe essere più rompipalle di una ragazza vera con la quale almeno dopo averle fatto regali, averle comprato le rose e averla portata a cena fuori poi magari… Con Vivienne invece niente sesso, lei è casta e pura.

 

V-girl è fondamentalmente un gioco, un tamagotchi più evoluto però è anche una cosa seria. È il risultato di studi sull’intelligenza artificiale ed è prodotto dalla società Artificial Life. Non so di preciso come funziona ma dovrebbe essere un agente software pronto a rispondere ai vostri desideri: voi mandate un messaggio e il programma risponde cercando fra tutte le soluzioni a disposizione quella migliore per voi, prendendo come problema di partenza il vostro messaggio. Un somma una macchina che gioca ad essere intelligente (perché la vera intelligenza artificiale, ancora la devono inventare).

 

Però resta il fatto che l’idea di base è affascinante: mi chiedo che tipo di interazioni potrebbero nascere e quindi quali identità uno potrebbe costruirsi. Che impatto potrebbe avere una cosa del genere? Penso ad evoluzioni più avanzate, ad una commistione fra vite artificiali e vite reali, a come l’essere artificiale possa influenzare la vita reale di qualcuno e di come la vita reale possa entrare nell’artificiale e nel virtuale: con l’evoluzione tecnologica che corre sarebbe pensabile alla nascita di vere e proprie comunità virtuali che vedano l’interazione di creature artificiali con persone vere. E con in mezzo la mediazione di un computer chi potrebbe dirci se abbiamo a che fare con persone vere o entità solo virtuali? Magari con un blogger virtuale...

Siete pronti a vivere nel cyberspace?

 

 

 

sabato 12 marzo 2005

I blog domineranno il mondo?

(post pubblicato il 28 giugno 2004)

 

Secondo Derrick de Kerckove, teorico delle comunicazioni di massa, allievo di McLuhan e considerato uno dei “guru” della società dell’informazione, nella nostra società la solitudine, intesa come l’isolamento dal mondo, è sempre più difficile, è «attaccata e minacciata da spam e sms come quello inviato da Berlusconi agli italiani per indurli a votare». Questa affermazione del grande sociologo canadese (rilasciata sul Messaggero del 26 giugno) potrebbe far pensare ad un mondo dominato dai media e da chi ne detiene il potere, in primis quello televisivo.

 

Però «oggi è l’intero sistema dei media a offrire garanzie di democraticità. Ai nostri tempi un regime fascista avrebbe grossi problemi a controllare tutto dalla rete elettronica ai blogs, agli sms, a Internet».

 

«La domanda di interazione è destinata a diventare sempre più grande, è un desiderio di presa di potere sullo schermo: vogliamo vedere, partecipare, intervenire, guidare».

 

Quanto afferma de Kerckove in questa intervista (che è poi quello che sostiene da anni in molti suoi libri), riassumendo, è che i nuovi media fanno sì che si superi ogni blocco e restrizione imposta da chi cerca di detenere il potere mediatico. Internet è di fatto incontrollabile e la miniera di informazioni che ci si può trovare è in grado di integrarsi con i vecchi media, in modo da costruire, insieme con il passaggio nell’ambiente digitale anche dei vecchi media, come la tv, un contesto in cui l’utente diventerà sempre meno passivo. E anche laddove non riusciamo a nasconderci dall’invasione di messaggi che ci raggiungono in ogni momento (come l’sms di Berlusconi di cui si diceva sopra), possiamo sempre scavarci delle nicchie in cui riflettere e pensare, ed esprimere le proprie opinioni e il proprio bisogno di interagire con la tecnologia e con le persone.

 

Penso che i blog allora si inseriscono perfettamente in questo circuito, perché si stanno affermando come uno strumento comunicativo che permette a tutti, con una enorme facilità, di mettere in rete idee e pensieri, di lanciare un messaggio nel mare che qualcuno raccoglierà. In questo senso abbiamo di fronte, da un punto di vista comunicativo, tante porte da aprire per trovare gente interessata a quello che abbiamo da dire o a cui attingere per acquisire nuove conoscenze; e l’interazione “razionale” fra bloggers, è probabilmente la forza di questo strumento perché crea una sfera pubblica (se qualcuno ha letto un po’ di sociologia capisce bene di che parlo) di tipo del tutto nuovo, in cui non serve la contemporaneità e la compresenza per dare così vita ad un “dibattito pubblico razionale” che salta ogni mediazione, dalla stampa alla tv, ponendo in contatto diretto i partecipanti a questa nuova sfera pubblica.

 

(queste considerazioni finali sono tutta farina del mio sacco, e di quello che negli anni ho studiato, se non siete d’accordo o se sono stato impreciso non date la colpa a de Kerckove…)