Moebius
lunedì 20 febbraio 2012
domenica 19 febbraio 2012
Vita reale
- Mi arrendo, qual è la vita reale dell'uomo?
- Non esiste. Esiste solo il bisogno di arrivare a una vita reale. Tutto quello che non è reale è la vita reale dell'uomo.
[Philip Roth, Operazione Shylock]
- Non esiste. Esiste solo il bisogno di arrivare a una vita reale. Tutto quello che non è reale è la vita reale dell'uomo.
[Philip Roth, Operazione Shylock]
sabato 18 febbraio 2012
26 lettere, 26 film
L'alfabeto in 26 film. Indovinarli tutti è una cosa davvero da cinefili (una buona parte non mi sono chiari, lo ammetto).
ABCinema from Evan Seitz on Vimeo.
ABCinema from Evan Seitz on Vimeo.
venerdì 17 febbraio 2012
La farfallina 2.0
Questa settimana accade un fenomeno curioso: l'Italia si ferma per guardare #Sanremo, e per dire che #Sanremo fa schifo.
Premesso che faccio parte di quella fetta di italiani che il Festival non lo guarda perché proprio non gli interessa (e chi lo guarda dirà che sono snob: no, non mi piace, lo rifiuto, preferisco guardare Milan - Arsenal e leggere Operazione Shylock di Roth, io non guardo nemmeno i varietà alla Fiorello figurarsi il Festival della Canzone Italiana), purtroppo so tutto di esso o comunque è come se ne sapessi qualcosa. Alzi la mano chi non è stato coinvolto in qualche discussione su uno di questi argomenti (escludo deliberatamente le canzoni, dubito che le abbia ascoltate anche chi ha visto lo show):
E sapete perché? Non perché, o non solo, tutti i giornali, i telegiornali e i principali siti di informazione non fanno altro che parlarne.
No, soprattutto perché Sanremo ve lo ritrovate sulle vostre pagine Facebook e Twitter, nei blog dei vostri amici, nei loro Tumblr, ecc.. C'è chi ne scrive in diretta per raccontare e commentare in tempo reale tutto quello che sta passando sullo schermo (quando si parla di citizen journalism...), non sia mai che qualche disgraziato ne rimanga all'oscuro. C'è chi non può esimersi dal far sapere agli altri che lo sta guardando ma solo per vedere quanto sia trash mentre altri devono per forza informarvi che non ne hanno seguito manco un minuto, che non gli interessa, che loro la farfallina di Belen non l'hanno vista (ma gli sarebbe piaciuto).
C'è perfino chi usa gli hashtag #Sanremo e #Belen come metro di paragone per tutte le altre notizie (però finisce comunque nello stesso calderone) e che ci sono cose ben più importanti. E quelli che devono per forza usare Twitter per fare battute su Sanremo (così, poi, se qualche comico ne farà di simili potrà dire che gliele ha rubate).
Non se ne esce, non se ne può uscire: è il Web 2.0 bellezza, quello dei contenuti prodotti dal basso, di questo stream infinito in cui tutti commentano e dicono la loro, della libertà e delle grandi potenzialità di espressione offerte dai social media.
Grandi potenzialità di espressione.
Libertà.
...
Ma sì dai, in fondo ne ho appena parlato anche io.
Premesso che faccio parte di quella fetta di italiani che il Festival non lo guarda perché proprio non gli interessa (e chi lo guarda dirà che sono snob: no, non mi piace, lo rifiuto, preferisco guardare Milan - Arsenal e leggere Operazione Shylock di Roth, io non guardo nemmeno i varietà alla Fiorello figurarsi il Festival della Canzone Italiana), purtroppo so tutto di esso o comunque è come se ne sapessi qualcosa. Alzi la mano chi non è stato coinvolto in qualche discussione su uno di questi argomenti (escludo deliberatamente le canzoni, dubito che le abbia ascoltate anche chi ha visto lo show):
- la salute della modella ceca Ivana Mrazova;
- le battute di Luca e Paolo;
- Gianni Morandi
- il sermone di Celentano (l'inutile diatriba sul perché, dopo che è stato pagato centinaia-di-migliaia di euro per fare quello che fa sempre in tv, abbia, stranamente, deciso di fare il Celentano);
- le vallette di riserva Rodriguez e Canalis;
- Loredana Berté che sembra Richard Benson (per chi lo conosce);
- i Soliti Idioti;
- le mutande di Belen e la sua farfallina (il tatuaggio, che avete capito).
E sapete perché? Non perché, o non solo, tutti i giornali, i telegiornali e i principali siti di informazione non fanno altro che parlarne.
No, soprattutto perché Sanremo ve lo ritrovate sulle vostre pagine Facebook e Twitter, nei blog dei vostri amici, nei loro Tumblr, ecc.. C'è chi ne scrive in diretta per raccontare e commentare in tempo reale tutto quello che sta passando sullo schermo (quando si parla di citizen journalism...), non sia mai che qualche disgraziato ne rimanga all'oscuro. C'è chi non può esimersi dal far sapere agli altri che lo sta guardando ma solo per vedere quanto sia trash mentre altri devono per forza informarvi che non ne hanno seguito manco un minuto, che non gli interessa, che loro la farfallina di Belen non l'hanno vista (ma gli sarebbe piaciuto).
C'è perfino chi usa gli hashtag #Sanremo e #Belen come metro di paragone per tutte le altre notizie (però finisce comunque nello stesso calderone) e che ci sono cose ben più importanti. E quelli che devono per forza usare Twitter per fare battute su Sanremo (così, poi, se qualche comico ne farà di simili potrà dire che gliele ha rubate).
Non se ne esce, non se ne può uscire: è il Web 2.0 bellezza, quello dei contenuti prodotti dal basso, di questo stream infinito in cui tutti commentano e dicono la loro, della libertà e delle grandi potenzialità di espressione offerte dai social media.
Grandi potenzialità di espressione.
Libertà.
...
Ma sì dai, in fondo ne ho appena parlato anche io.
martedì 14 febbraio 2012
Un film è un film è un film è un film
In questa stagione cinematografica non ho visto moltissimi film, né al cinema né in home video, e non ho trovato niente che mi abbia davvero entusiasmato e che sicuramente ricorderò nei prossimi anni, tranne forse Drive (ovviamente per mia mancanza, di bei film ne escono sempre ma ogni tanto me ne perdo qualcuno). Fra i film che ho visto, però, uno che ho apprezzato davvero tanto è The Artist, pluricandidato all’Oscar (vedremo se porterà a casa qualche statuetta).
Non la faccio tanto lunga sul perché mi sia piaciuto: ne ho apprezzato sia il soggetto e la sceneggiatura (amo sempre i film che parlano di cinema) che gli aspetti più tecnici e cinematografici. Gli attori, poi, li ho trovati bravissimi.
Accenno qui a questo, secondo me, bel film per riprendere l’articolo di Francesco Piccolo uscito domenica sul Corriere, La sinistra è come mia zia. Partendo proprio dall’analisi di The Artist, Piccolo sostiene che questa pellicola riscuota successo in alcuni settori intellettuali perché affine allo spirito di cerca sinistra definita sempre “reazionaria”, “passatista”, che non guarda al futuro, ecc.
In The Artist, film muto che racconta la storia di un divo, appunto, del muto che cade in disgrazia col sonoro (tema non nuovo al cinema, si veda almeno Viale del tramonto), secondo Piccolo lo spettatore si identifica empaticamente col protagonista (che, per lo scrittore, sarebbe un vecchio relitto destinato a sparire insieme al suo mondo) proprio per una sorta di effetto “quanto era bello il piccolo mondo antico” a cui, per Piccolo, quelli di sinistra sarebbero tutti legati. A esempio di ciò, Piccolo cita anche lo scrittore Jonathan Franzen (prima o poi leggerò “Le correzioni”, che mi aspetta sullo scaffale da qualche anno) che ha sostenuto che gli ebook fanno male alla cultura e alla letteratura.
Nella sostanza, mia zia ottantenne, Franzen, il ceto medio riflessivo e gli intellettuali che lo rappresentano passano tutta la vita a difendere il cibo come si faceva una volta, le piccole librerie di quartiere con l’odore dei vecchi libri, il telefono fisso. Pierluigi Bersani e Susanna Camusso difendono l’articolo 18, altri le vecchie lire, Michel Platini e Diego Maradona, gli sceneggiati in bianco e nero, la commedia all’italiana, la bicicletta, il vedo non vedo dell’erotismo contro la sfacciataggine di oggi. C’è perfino chi rimpiange la Democrazia cristiana, era meglio Andreotti, e Cirino Pomicino non era così male.
Ora, dico io. Che ci sia gente che, in generale, rimpianga il passato è un dato di fatto. Non sopporto però quando si fanno delle generalizzazioni del tutto infondate. Essere di sinistra in questo paese non vuol dire una cosa sola ma, purtroppo o per fortuna a seconda dei punti di vista, sentirsi più vicini ad una certa sensibilità piuttosto che a un’altra (non mi va di stare a parlare di sinistra riformista e radicale, di borghesi radical chic e di “classe operaia”, non è questo il punto). Io rifuggo da queste classificazioni e pecca di presunzione chi prende a pretesto un film per stabilire che da una parte ci sono gli innovatori e i riformisti (la sinistra non “reazionaria”, in cui ovviamente Piccolo si inserisce) e dall’altra una massa di conservatori.
Concludo con alcune brevissime, personali, considerazioni:
1. a me The Artist è piaciuto molto;
2. nonostante abbia apprezzato il film, pensate un po’ che strano, sono più che favorevole agli e-book e ho comprato da poco un e-reader (Piccolo mi deve spiegare perché, secondo lui, tutti quelli di sinistra dovrebbero far propria l’opinione di Franzen);
3. non vedo perché, se mi è piaciuto The Artist, come dice Piccolo dovrei, a priori, rimpiangere il passato e perché, sempre per definizione, dovrei essere uno strenuo sostenitore dell’art. 18 (che penso difenda dei diritti sacrosanti ma ritengo anche che cambiarlo non sia poi uno scandalo: qualsiasi riforma del mercato del lavoro è meglio di quello che c’è adesso, anche se qualcuno dovrà spiegarmi il nesso fra occupazione e art. 18 visto che per me non è così automatico);
4. un film è un film: può piacere indipendentemente da quello che si pensa di altre cose; posso contemporaneamente apprezzare The Artist e leggere e-book, posso amare la bicicletta (altra mia grande passione oltre ai libri e al cinema, anche se Piccolo pensa a chi la usa “politicamente”: io ci faccio sport ma è lo stesso) ma essere allo stesso tempo attento a ciò che di nuovo accade nel mondo e alle trasformazioni sociali e culturali indotte da Internet e dal Web. Perché una cosa dovrebbe escluderne un’altra?
Se qualcuno ancora non è andato al cinema, vada a vedere ‘sto film. Se ne varrà o meno la pena dipenderà dal proprio gusto personale e non dall’essere o meno “reazionari”.
lunedì 13 febbraio 2012
Il re pallido (un non-romanzo)
Seconda avvertenza: se cercate il piacere di una lettura leggera e senza complicazioni, di una trama scorrevole dove tout se tient e che vi accompagni fino a un memorabile epilogo, allora Il re pallido non è il libro per voi.
Quando vi hanno detto che questo è un romanzo postumo e incompiuto, beh, non mentivano.
Ma c’è di più, questo forse non è nemmeno un romanzo e non nel senso che la letteratura post-moderna ha prodotto tanti libri che esulano dai canoni tradizionali che definiscono un’opera. Non è solo una questione da critica letteraria per fare una dotta dissertazione sulle infinite possibilità di interpretazione di un libro ecc. ecc.. Il re pallido non è un romanzo nel senso che non è un romanzo proprio perché incompiuto e manchevole di una struttura definita e unitaria (molti libri sono rimasti incompiuti ma questo forse più di altri).
Tutti questi inutili giri di parole (ovvio che la definizione di “romanzo incompiuto” implica che stiamo parlando di un romanzo ma non nel senso tradizionale, ecco) per dire che il volume che forse avete preso fra le mani è soprattutto il risultato dello sforzo dell’editor Michael Pietsch che si è immerso nel lavoro di David Foster Wallace e ne è riemerso con una enorme e disordinata mole di appunti, storie e personaggi.
Abbiamo quindi a che fare con un’idea, un’idea di romanzo. Forse è questa la definizione giusta ed è questo l’approccio corretto nei confronti di questo libro.
Libro, così come lo possiamo leggere noi adesso, composto dalle storie di quelli che, all’apparenza, dovrebbero essere oscuri e grigi funzionari dell’Agenzia delle Entrate americana, dove l’autore ha lavorato per un circa un anno a metà degli anni ’80 (e lo stesso DFW diventa a sua volta materia narrativa comparendo come personaggio fra gli altri e come “autore”).
L’incompiutezza del romanzo fa sì che non tutti i nessi fra i protagonisti siano chiari e non tutti i personaggi risultino pienamente sviluppati; molti frammenti che compongono il libro possono essere presi come realtà a se stanti, veri e propri racconti che, in alcuni casi, potrebbero vivere anche autonomamente. Altri invece... sono frammenti, appunto.
Tutto ruota intorno al senso dello scorrere del tempo, alla consapevolezza di sé e degli altri (in senso sia fisico che “spirituale”) e al percorso che ognuno compie per arrivare a essere quello che è, con un chiave di lettura fondamentale: la noia.
Le parti più riuscite sono proprio quelle in cui David indaga il “noioso” e il meccanismo che c’è dietro, in termini di percezione del tempo e di sé: la noia è ciò che si definisce per opposizione a quanto proviamo quando siamo in piena attività; è ciò che rimane quando siamo chiusi in situazioni che non permettono distrazioni e che non lasciano vie di fuga. C’è chi sa conviverci, chi la sperimenta in vari modi, chi la combatte, chi ne viene sconfitto. Tema affascinante e forse determinante in una cultura come la nostra, permeata, di fatto, dalla ricerca della distrazione continua (dominata dall’intrattenimento, cfr. Infinite Jest).
Quindi, da leggere? A me è piaciuto, al di fuori di un’idea convenzionale di letteratura. Il re pallido non può essere giudicato in maniera completa per quello che è e forse, anzi quasi sicuramente, nemmeno per quello che sarebbe dovuto essere. È comunque un’esperienza di lettura che non potrà lasciare indifferente chi avrà voglia di confrontarsi con un libro così particolare.
Il tempo è un bastardo
Il tempo è un bastardo è costruito come un collage di storie che si dipanano dagli anni '70 fino a un imprecisato 202- (assemblate senza un’apparente logica temporale, saltando avanti e indietro nel tempo) e che direttamente o indirettamente ruotano tutte intorno al produttore musicale Bennie e, soprattutto, all'affascinante Sasha (ora assistente di Bennie, ora giovane studentessa in una New York frenetica, ora ragazza perduta in giro per Napoli alla ricerca di se stessa, ora madre matura).
Ogni capitolo è focalizzato su un personaggio e fotografa un momento centrale legato a una qualche trasformazione occorsa nella sua vita e a ognuno di essi l’autrice da voce con un linguaggio e uno stile peculiari (al passato o al presente; ora in prima, ora in terza, ora, addirittura, in seconda).
Ogni episodio cela dietro di sé un abisso nero difficile da penetrare in cui finiscono i sogni infranti di giovani musicisti, artisti, studenti, sognatori, donne in carriera. Alcuni di essi in qualche modo riescono a riemergere e a costruirsi la propria vita, ad andare avanti e creare qualcosa di nuovo e dotato di significato. Altri invece si perdono, perché troppo deboli e fragili oppure perché, al contrario, troppo avidi di vita.
Come detto, Sasha è il filo conduttore di tutto il libro anche se compare effettivamente come protagonista soltanto nel primo capitolo; il romanzo prosegue in modo quasi circolare raccontando le vicende di una vasta galassia di personaggi che, direttamente o indirettamente, hanno avuto a che fare con lei o con qualcuno che lei ha conosciuto (in una sorta di riedizione della teoria dei sei gradi di separazione). Così, saltando da una storia all'altra, il lettore scopre ogni volta pezzetti di vita così vividi da sembrare reali e, in qualche modo, diventa egli stesso un personaggio del libro, l'unico a cui sia concesso il privilegio di venire a sapere che fine abbia fatto Sasha, proprio perché esterno.
Quante persone abbiamo perso di vista nella nostra vita, quante ci hanno sfiorati senza sapere nulla di loro, quante cose non sappiamo di chi per qualche tempo ci è stato vicino. Inutile aggiungere che Sasha avrei voluto conoscerla anch’io.
domenica 29 gennaio 2012
Una nuova casa, una nuova vita?
Una volta Immaginaria viveva da un'altra parte. Ora che Splinder chiude si sposta qui, almeno non per non perdere un pezzo di esperienze che per un certo periodo sono state importanti per me.
Chissà se questo trasloco ridarà un po' di vita a questo blog.
Chissà se questo trasloco ridarà un po' di vita a questo blog.
giovedì 2 giugno 2011
Snow Crash (cyberpunk for dummies)
Un viaggio all'interno del Metaverso con Hiro Protagonist, hacker, programmatore, gran maestro di katana (sia nel mondo virtuale che in quello reale), ragazzo delle pizze per la Mafia, cacciatore di informazioni per ciò che rimane della CIA.
Il divertimento con questo romanzo è assicurato, all'insegna di combattimenti con la spada, inseguimenti (in moto, in skateboard, in nave, in elicottero, chi più ne ha più ne metta), realtà virtuale, avatar (termine che Stephenson si vanta di aver usato per la prima volta con l'accezione da "second life" che conosciamo noi: a me risultava che lo avesse coniato Sterling).
Per il resto Snow Crash sviluppa tematiche generali tipiche del cyberpunk: poteri politici ormai evaporati e ridotti a poco più che simulacri, sovrastati dai potentati economici e criminali che hanno impiantato negli Stati Uniti di Stephenson microstati in franchising a metà fra grandi centri commercial-residenziali e entità politiche vere e proprie; la Mafia e le grandi organizzazioni criminali ormai in grado di dominare alla luce del sole interi settori della società e dell'economia; supremazia dell'informazione come unica e vera merce di scambio; ambienti virtuali all'interno dei quali vivere vite ed esperienze parallele ma ormai fuse con la propria vita reale.
Il libro è però ricco anche di spunti originali e interessanti (su tutti le nuove forme di socialità nella Rete, in un'epoca precedente a Second Life e a Facebook), anche se comunque riconducibili alla tradizione segnata da Gibson, Sterling e gli altri autori delle storie con gli occhiali a specchio.
L'elemento centrale intorno al quale ruotano tutte le vicende è l'idea che linguaggio, religioni e evoluzione umana siano concetti strettamente legati. Risulta quindi davvero stimolante il modo in cui l'autore ha collegato la nascita della civiltà in Mesopotami con l'evoluzione delle religioni e del linguaggio, attingendo ai miti e alle storie sulle quali si fondano le grandi religioni monoteiste (Babele su tutti).
Un po' troppo scontata però l'analogia fra il cervello umano e i computer, con il primo che può essere programmato tramite formule legate ad antichi riti che avrebbero l'effetto di veri e propri virus neuro-linguistici.
Tra l'altro, anche questo rapporto fra informatica, codice binario e linguaggio è elemento già presente, pur con declinazioni diverse, nelle opere cyberpunk "classiche".
In sostanza, un romanzo con molte cose positive, divertente, ricco d'azione, con situazioni narrative sempre varie, personaggi sopra le righe ma con qualche limite: alcuni personaggi sono caratterizzati con l'accetta, certe svolte alla storia sembrano tirate via e poco coerenti, lo stile è ben lontano da quello di un Gibson (e incredibilmente ho letto alcune recensioni su Anobii in cui si diceva che Stephenson sarebbe meglio di WG).
Per quanto riguarda la qualità di scrittura, però, a discolpa di Stephenson c'è da dire che l'edizione Rizzoli è una delle peggiori che mi sia mai capitata fra le mani: brutta traduzione, con errori grammaticali e sintattici, e pessimo editing (il libro è pieno di refusi di ogni genere).
Quante persone avrà fregato Pynchon con questo libro? Quanti lo avranno comprato senza sapere bene cosa avevano fra le mani, pensando di aver comprato un noir?
In sintesi, è un libro divertente, scritto divinamente e che fa fare pace a tutti con la letteratura post-moderna; godibilissimo, sicuramente più accessibile di altri capolavori di Pynchon e, per citare un altro post-moderno, DeLillo.
Pynchon ha scritto un libro molto articolato ricco di personaggi assolutamente sconclusionati, surreali ma allo stesso tempo iperrealistici: l'hippie detective Doc Sportello si ritrova a indagare su una scomparsa, poi viene coinvolto (e accusato) in un omicidio, e poi su un sacco di altra roba. Ogni mistero in questo libro cela dietro di se un altro mistero, che a sua volta, ecc. ecc.
Situazioni grottesche e surreali che raccontano in un modo assolutamente originale la California dei primi anni '70, dipingendo un quadro a tinte psichedeliche ma che sotto cela colori più neri. Quell'America lì non è solo amore libero, droghe e libertà ma, contemporaneamente, ha visto nascere anche tante distorsioni che viviamo oggi nella nostra società.
Infine, Pynchon ha incastrato un sacco di cose, con continue citazioni e riferimenti ai quali è sicuramente difficile stare dietro, così come al lettore più superficiale può risultare difficile stare dietro ai continui cambi di scena e situazioni.
A me è piaciuto molto, avevo giusto bisogno di un libro così.
lunedì 21 marzo 2011
Assalto a un tempo devastato e vile
Cosa diavolo ho letto? Ogni volta che leggo Genna mi ritrovo pieno di dubbi, conscio dei miei limiti e allo stesso tempo delle trappole che la letteratura nasconde. Perché Assalto è così, un percorso a ostacoli in quello che apparentemente è un insieme di racconti a un tempo autobiografici e finzionali, che vivono al di fuori del tempo perché di un mondo al di fuori del tempo parlano, ma che si rivela essere un cammino fatto di dolore, di riflessione, di buio e abisso dove solo l’unica flebile luce è quella emessa dai pesci che quell’abisso lo abitano.
Allora che cos’è Assalto? Sicuramente una raccolta di racconti, che parte dalla disperazione urbana, dall’emarginazione, dal grigiore del nostro tempo senza più genitori (si veda l’ultima parte e il riferimento a David Foster Wallace) e dalla quale progressivamente prende forma la riflessione intima dell’autore sulla propria interiorità, sull’origine dei propri traumi.
Intimità. Ma anche esplosione e manifestazione nell’universo dell’umano di questa riflessione come atto di affermazione individuale di ciascuno, alla ricerca di un significato. Un significato che esista anche solo (e forse soprattutto) per se stessi.
Questo significato forse può essere intravisto soltanto quando, al termine di un labirintico percorso nella vita, si riesce ad aprire una soglia. Oltre questa soglia, o forse prima, ci sono l’amore, in tutte le sue forme, e la morte. Amore e morte, elementi inespungibili dall’avventura di quest’animale chiamato Uomo, l’unico animale che vede se stesso come io. Io, che non si accontenta di mangiare bere dormire scopare ma si fa domande, vuole di più: desidera la felicità, eterna condanna a inseguire.
E quindi?
Inutile cercare risposte. Qui sopra, un getto di pensieri alimentati dagli scritti contenuti in Assalto, una sorta di meltdown che probabilmente non corrisponde, se non in parte, al pensiero dell’autore ma che potrebbe continuare a rilasciare radiazioni nella mia testa ancora per molto tempo.
Ponendosi su un piano più concreto, difficile dire cosa debba aspettarsi il lettore da Assalto. Molto dipende da quanto già conosce il suo autore. Non me la sento di consigliarlo, per quanto lo consideri un libro eccezionale, inteso come eccezione nel panorama della letteratura nazionale e non solo, che esce fuori da ogni (secondo me) legittima logica commerciale. Questo libro non vuole farsi leggere da tutti ma arriva nel mondo senza mediazioni come se fosse sceso da un’altra realtà. Al lettore decidere se fa per lui.
Attraverso un uso sublime delle parole e delle strutture sintattiche e grammaticali di questa nostra lingua bellissima, in 30 racconti (saggi? Brani? Come chiamarli?) Genna traccia storie che girano intorno al personaggio Genna (come già in Italia De Profundis e in parte in Dies Irae) per parlarci del tempo devastato e vile in cui viviamo: le nuove povertà, le nuove emarginazioni, la droga, il sesso, il culturame della cultura mercificata, il ruolo della letteratura e della poesia (guai a chi legge senza studiare, avverte Genna). Progressivamente il libro si apre al trascendente, alla ricerca della soglia che si cela dietro la morte (i morti sanno tutto, vedono tutto) e l’amore (mia libera interpretazione), e ci racconta dell’assalto.
Genna parla della sua famiglia, dei suoi amori e dei suoi lutti; del proprio grande amore infranto; dei propri disagi e depressioni; del ’68 e dell'attuale classe dirigente; di quella che definisce l’Epoca del Trauma; dei segreti che permeano la nostra esistenza (e dei servizi che dei segreti fanno il proprio mestiere); del suo ruolo di scrittore.
E quindi?
Domande senza risposta. Non posso non ammettere i miei limiti. Alcune cose che ho letto in Assalto non credo di averle capite, non so dove l’autore volesse andare a parare. Però, qua è là chiunque può trovare anche soltanto una pagina che si offre alla lettura per fargli pensare che ne è valsa la pena.
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Ho sbagliato lo so ma ci sono cascato.
Che poi questo Una sfortunata mattina di mezza estate si presenta bene, potrebbe anche essere un buon libro. Ambientazione fantastica e grottesca in uno sterminato continente-isola a forma di V non meglio specificato, popolato da numerose etnie e governato da complesse norme sociali, in cui uno dei comportamenti (reati) più gravi è fumare dove non consentito (praticamente ovunque). E proprio da un mozzicone di sigaretta gettato dalla finestra iniziano le disavventure del progatonista che si trova fagocitato nell'assurdo sistema giudiziario del continente e costretto a intraprendere una sorta di viaggio iniziatico per espiare le sue colpe. Un viaggio che significherà mettere in dubbio le proprie certezze e che dovrebbe rappresentare, per il lettore, una critica di alcuni aspetti della società e della cultura occidentali.
Messa così, la vicenda è ricca di spunti e Self qualche buona idea la tira fuori però... l'unico aggettivo che mi sento di usare è scialbo, nonostante sia scritto bene, con uno stile raffinato. Proprio per questo, però, risulta troppo di maniera e poco di sostanza.
Avesse la tensione drammatica, la profondità e la lucidità di un libro di Ballard (a cui Self viene paragonato: no comment), potrebbe essere straniante e allucinante come i libri del grande scrittore inglese. Ma non lo è, anche perché per tutto il romanzo c'è la sensazione di non riuscire a capire dove vada a parare la vicenda. E il finale non fa che confermare questa idea.
Fosse almeno divertente, venato di umorismo e satira, acquisterebbe maggiore consistenza.
Ma non è nemmeno questo.