Nella sostanza, mia zia ottantenne, Franzen, il ceto medio riflessivo e gli intellettuali che lo rappresentano passano tutta la vita a difendere il cibo come si faceva una volta, le piccole librerie di quartiere con l’odore dei vecchi libri, il telefono fisso. Pierluigi Bersani e Susanna Camusso difendono l’articolo 18, altri le vecchie lire, Michel Platini e Diego Maradona, gli sceneggiati in bianco e nero, la commedia all’italiana, la bicicletta, il vedo non vedo dell’erotismo contro la sfacciataggine di oggi. C’è perfino chi rimpiange la Democrazia cristiana, era meglio Andreotti, e Cirino Pomicino non era così male.
Moebius
martedì 14 febbraio 2012
Un film è un film è un film è un film
lunedì 13 febbraio 2012
Il re pallido (un non-romanzo)
Seconda avvertenza: se cercate il piacere di una lettura leggera e senza complicazioni, di una trama scorrevole dove tout se tient e che vi accompagni fino a un memorabile epilogo, allora Il re pallido non è il libro per voi.
Quando vi hanno detto che questo è un romanzo postumo e incompiuto, beh, non mentivano.
Ma c’è di più, questo forse non è nemmeno un romanzo e non nel senso che la letteratura post-moderna ha prodotto tanti libri che esulano dai canoni tradizionali che definiscono un’opera. Non è solo una questione da critica letteraria per fare una dotta dissertazione sulle infinite possibilità di interpretazione di un libro ecc. ecc.. Il re pallido non è un romanzo nel senso che non è un romanzo proprio perché incompiuto e manchevole di una struttura definita e unitaria (molti libri sono rimasti incompiuti ma questo forse più di altri).
Tutti questi inutili giri di parole (ovvio che la definizione di “romanzo incompiuto” implica che stiamo parlando di un romanzo ma non nel senso tradizionale, ecco) per dire che il volume che forse avete preso fra le mani è soprattutto il risultato dello sforzo dell’editor Michael Pietsch che si è immerso nel lavoro di David Foster Wallace e ne è riemerso con una enorme e disordinata mole di appunti, storie e personaggi.
Abbiamo quindi a che fare con un’idea, un’idea di romanzo. Forse è questa la definizione giusta ed è questo l’approccio corretto nei confronti di questo libro.
Libro, così come lo possiamo leggere noi adesso, composto dalle storie di quelli che, all’apparenza, dovrebbero essere oscuri e grigi funzionari dell’Agenzia delle Entrate americana, dove l’autore ha lavorato per un circa un anno a metà degli anni ’80 (e lo stesso DFW diventa a sua volta materia narrativa comparendo come personaggio fra gli altri e come “autore”).
L’incompiutezza del romanzo fa sì che non tutti i nessi fra i protagonisti siano chiari e non tutti i personaggi risultino pienamente sviluppati; molti frammenti che compongono il libro possono essere presi come realtà a se stanti, veri e propri racconti che, in alcuni casi, potrebbero vivere anche autonomamente. Altri invece... sono frammenti, appunto.
Tutto ruota intorno al senso dello scorrere del tempo, alla consapevolezza di sé e degli altri (in senso sia fisico che “spirituale”) e al percorso che ognuno compie per arrivare a essere quello che è, con un chiave di lettura fondamentale: la noia.
Le parti più riuscite sono proprio quelle in cui David indaga il “noioso” e il meccanismo che c’è dietro, in termini di percezione del tempo e di sé: la noia è ciò che si definisce per opposizione a quanto proviamo quando siamo in piena attività; è ciò che rimane quando siamo chiusi in situazioni che non permettono distrazioni e che non lasciano vie di fuga. C’è chi sa conviverci, chi la sperimenta in vari modi, chi la combatte, chi ne viene sconfitto. Tema affascinante e forse determinante in una cultura come la nostra, permeata, di fatto, dalla ricerca della distrazione continua (dominata dall’intrattenimento, cfr. Infinite Jest).
Quindi, da leggere? A me è piaciuto, al di fuori di un’idea convenzionale di letteratura. Il re pallido non può essere giudicato in maniera completa per quello che è e forse, anzi quasi sicuramente, nemmeno per quello che sarebbe dovuto essere. È comunque un’esperienza di lettura che non potrà lasciare indifferente chi avrà voglia di confrontarsi con un libro così particolare.
Il tempo è un bastardo
Il tempo è un bastardo è costruito come un collage di storie che si dipanano dagli anni '70 fino a un imprecisato 202- (assemblate senza un’apparente logica temporale, saltando avanti e indietro nel tempo) e che direttamente o indirettamente ruotano tutte intorno al produttore musicale Bennie e, soprattutto, all'affascinante Sasha (ora assistente di Bennie, ora giovane studentessa in una New York frenetica, ora ragazza perduta in giro per Napoli alla ricerca di se stessa, ora madre matura).
Ogni capitolo è focalizzato su un personaggio e fotografa un momento centrale legato a una qualche trasformazione occorsa nella sua vita e a ognuno di essi l’autrice da voce con un linguaggio e uno stile peculiari (al passato o al presente; ora in prima, ora in terza, ora, addirittura, in seconda).
Ogni episodio cela dietro di sé un abisso nero difficile da penetrare in cui finiscono i sogni infranti di giovani musicisti, artisti, studenti, sognatori, donne in carriera. Alcuni di essi in qualche modo riescono a riemergere e a costruirsi la propria vita, ad andare avanti e creare qualcosa di nuovo e dotato di significato. Altri invece si perdono, perché troppo deboli e fragili oppure perché, al contrario, troppo avidi di vita.
Come detto, Sasha è il filo conduttore di tutto il libro anche se compare effettivamente come protagonista soltanto nel primo capitolo; il romanzo prosegue in modo quasi circolare raccontando le vicende di una vasta galassia di personaggi che, direttamente o indirettamente, hanno avuto a che fare con lei o con qualcuno che lei ha conosciuto (in una sorta di riedizione della teoria dei sei gradi di separazione). Così, saltando da una storia all'altra, il lettore scopre ogni volta pezzetti di vita così vividi da sembrare reali e, in qualche modo, diventa egli stesso un personaggio del libro, l'unico a cui sia concesso il privilegio di venire a sapere che fine abbia fatto Sasha, proprio perché esterno.
Quante persone abbiamo perso di vista nella nostra vita, quante ci hanno sfiorati senza sapere nulla di loro, quante cose non sappiamo di chi per qualche tempo ci è stato vicino. Inutile aggiungere che Sasha avrei voluto conoscerla anch’io.
domenica 29 gennaio 2012
Una nuova casa, una nuova vita?
Chissà se questo trasloco ridarà un po' di vita a questo blog.
giovedì 2 giugno 2011
Snow Crash (cyberpunk for dummies)
Un viaggio all'interno del Metaverso con Hiro Protagonist, hacker, programmatore, gran maestro di katana (sia nel mondo virtuale che in quello reale), ragazzo delle pizze per la Mafia, cacciatore di informazioni per ciò che rimane della CIA.
Il divertimento con questo romanzo è assicurato, all'insegna di combattimenti con la spada, inseguimenti (in moto, in skateboard, in nave, in elicottero, chi più ne ha più ne metta), realtà virtuale, avatar (termine che Stephenson si vanta di aver usato per la prima volta con l'accezione da "second life" che conosciamo noi: a me risultava che lo avesse coniato Sterling).
Per il resto Snow Crash sviluppa tematiche generali tipiche del cyberpunk: poteri politici ormai evaporati e ridotti a poco più che simulacri, sovrastati dai potentati economici e criminali che hanno impiantato negli Stati Uniti di Stephenson microstati in franchising a metà fra grandi centri commercial-residenziali e entità politiche vere e proprie; la Mafia e le grandi organizzazioni criminali ormai in grado di dominare alla luce del sole interi settori della società e dell'economia; supremazia dell'informazione come unica e vera merce di scambio; ambienti virtuali all'interno dei quali vivere vite ed esperienze parallele ma ormai fuse con la propria vita reale.
Il libro è però ricco anche di spunti originali e interessanti (su tutti le nuove forme di socialità nella Rete, in un'epoca precedente a Second Life e a Facebook), anche se comunque riconducibili alla tradizione segnata da Gibson, Sterling e gli altri autori delle storie con gli occhiali a specchio.
L'elemento centrale intorno al quale ruotano tutte le vicende è l'idea che linguaggio, religioni e evoluzione umana siano concetti strettamente legati. Risulta quindi davvero stimolante il modo in cui l'autore ha collegato la nascita della civiltà in Mesopotami con l'evoluzione delle religioni e del linguaggio, attingendo ai miti e alle storie sulle quali si fondano le grandi religioni monoteiste (Babele su tutti).
Un po' troppo scontata però l'analogia fra il cervello umano e i computer, con il primo che può essere programmato tramite formule legate ad antichi riti che avrebbero l'effetto di veri e propri virus neuro-linguistici.
Tra l'altro, anche questo rapporto fra informatica, codice binario e linguaggio è elemento già presente, pur con declinazioni diverse, nelle opere cyberpunk "classiche".
In sostanza, un romanzo con molte cose positive, divertente, ricco d'azione, con situazioni narrative sempre varie, personaggi sopra le righe ma con qualche limite: alcuni personaggi sono caratterizzati con l'accetta, certe svolte alla storia sembrano tirate via e poco coerenti, lo stile è ben lontano da quello di un Gibson (e incredibilmente ho letto alcune recensioni su Anobii in cui si diceva che Stephenson sarebbe meglio di WG).
Per quanto riguarda la qualità di scrittura, però, a discolpa di Stephenson c'è da dire che l'edizione Rizzoli è una delle peggiori che mi sia mai capitata fra le mani: brutta traduzione, con errori grammaticali e sintattici, e pessimo editing (il libro è pieno di refusi di ogni genere).
Quante persone avrà fregato Pynchon con questo libro? Quanti lo avranno comprato senza sapere bene cosa avevano fra le mani, pensando di aver comprato un noir?
In sintesi, è un libro divertente, scritto divinamente e che fa fare pace a tutti con la letteratura post-moderna; godibilissimo, sicuramente più accessibile di altri capolavori di Pynchon e, per citare un altro post-moderno, DeLillo.
Pynchon ha scritto un libro molto articolato ricco di personaggi assolutamente sconclusionati, surreali ma allo stesso tempo iperrealistici: l'hippie detective Doc Sportello si ritrova a indagare su una scomparsa, poi viene coinvolto (e accusato) in un omicidio, e poi su un sacco di altra roba. Ogni mistero in questo libro cela dietro di se un altro mistero, che a sua volta, ecc. ecc.
Situazioni grottesche e surreali che raccontano in un modo assolutamente originale la California dei primi anni '70, dipingendo un quadro a tinte psichedeliche ma che sotto cela colori più neri. Quell'America lì non è solo amore libero, droghe e libertà ma, contemporaneamente, ha visto nascere anche tante distorsioni che viviamo oggi nella nostra società.
Infine, Pynchon ha incastrato un sacco di cose, con continue citazioni e riferimenti ai quali è sicuramente difficile stare dietro, così come al lettore più superficiale può risultare difficile stare dietro ai continui cambi di scena e situazioni.
A me è piaciuto molto, avevo giusto bisogno di un libro così.
lunedì 21 marzo 2011
Assalto a un tempo devastato e vile
Cosa diavolo ho letto? Ogni volta che leggo Genna mi ritrovo pieno di dubbi, conscio dei miei limiti e allo stesso tempo delle trappole che la letteratura nasconde. Perché Assalto è così, un percorso a ostacoli in quello che apparentemente è un insieme di racconti a un tempo autobiografici e finzionali, che vivono al di fuori del tempo perché di un mondo al di fuori del tempo parlano, ma che si rivela essere un cammino fatto di dolore, di riflessione, di buio e abisso dove solo l’unica flebile luce è quella emessa dai pesci che quell’abisso lo abitano.
Allora che cos’è Assalto? Sicuramente una raccolta di racconti, che parte dalla disperazione urbana, dall’emarginazione, dal grigiore del nostro tempo senza più genitori (si veda l’ultima parte e il riferimento a David Foster Wallace) e dalla quale progressivamente prende forma la riflessione intima dell’autore sulla propria interiorità, sull’origine dei propri traumi.
Intimità. Ma anche esplosione e manifestazione nell’universo dell’umano di questa riflessione come atto di affermazione individuale di ciascuno, alla ricerca di un significato. Un significato che esista anche solo (e forse soprattutto) per se stessi.
Questo significato forse può essere intravisto soltanto quando, al termine di un labirintico percorso nella vita, si riesce ad aprire una soglia. Oltre questa soglia, o forse prima, ci sono l’amore, in tutte le sue forme, e la morte. Amore e morte, elementi inespungibili dall’avventura di quest’animale chiamato Uomo, l’unico animale che vede se stesso come io. Io, che non si accontenta di mangiare bere dormire scopare ma si fa domande, vuole di più: desidera la felicità, eterna condanna a inseguire.
E quindi?
Inutile cercare risposte. Qui sopra, un getto di pensieri alimentati dagli scritti contenuti in Assalto, una sorta di meltdown che probabilmente non corrisponde, se non in parte, al pensiero dell’autore ma che potrebbe continuare a rilasciare radiazioni nella mia testa ancora per molto tempo.
Ponendosi su un piano più concreto, difficile dire cosa debba aspettarsi il lettore da Assalto. Molto dipende da quanto già conosce il suo autore. Non me la sento di consigliarlo, per quanto lo consideri un libro eccezionale, inteso come eccezione nel panorama della letteratura nazionale e non solo, che esce fuori da ogni (secondo me) legittima logica commerciale. Questo libro non vuole farsi leggere da tutti ma arriva nel mondo senza mediazioni come se fosse sceso da un’altra realtà. Al lettore decidere se fa per lui.
Attraverso un uso sublime delle parole e delle strutture sintattiche e grammaticali di questa nostra lingua bellissima, in 30 racconti (saggi? Brani? Come chiamarli?) Genna traccia storie che girano intorno al personaggio Genna (come già in Italia De Profundis e in parte in Dies Irae) per parlarci del tempo devastato e vile in cui viviamo: le nuove povertà, le nuove emarginazioni, la droga, il sesso, il culturame della cultura mercificata, il ruolo della letteratura e della poesia (guai a chi legge senza studiare, avverte Genna). Progressivamente il libro si apre al trascendente, alla ricerca della soglia che si cela dietro la morte (i morti sanno tutto, vedono tutto) e l’amore (mia libera interpretazione), e ci racconta dell’assalto.
Genna parla della sua famiglia, dei suoi amori e dei suoi lutti; del proprio grande amore infranto; dei propri disagi e depressioni; del ’68 e dell'attuale classe dirigente; di quella che definisce l’Epoca del Trauma; dei segreti che permeano la nostra esistenza (e dei servizi che dei segreti fanno il proprio mestiere); del suo ruolo di scrittore.
E quindi?
Domande senza risposta. Non posso non ammettere i miei limiti. Alcune cose che ho letto in Assalto non credo di averle capite, non so dove l’autore volesse andare a parare. Però, qua è là chiunque può trovare anche soltanto una pagina che si offre alla lettura per fargli pensare che ne è valsa la pena.
giovedì 17 marzo 2011
Ci hanno talmente schiacciati, che non c'è più spazio per premere ulteriormente. Ci hanno deprivato di tutto, tranne che dei sogni di grandezza, che alimentano un fuoco difficile a estinguersi.
Le nostre rabbie rimangono ciò che sono, nel senso più letterale del termine: rifiuti. Continuiamo a rinfacciare a chiunque la nostra sfrontata libertà.
Continuiamo a conferire da noi il significato alle nostre armi, come ogni uomo libero."
[Giuseppe Genna, Assalto a un tempo devastato e vile 3.0]
Ricerca del significato ultimo della propria esistenza, anche a costo dell'isolamento e dell'anomia rispetto alle convenzioni sociali.
La ribellione al potere dominante è una ribellione prima di tutto intima, fondata su idee alle quali siamo noi ad attribuire significato, anche a costo che questo significato esista solo per noi. Ma proprio in virtù di questa "specialità" esercitiamo la nostra individualità e ci conquistiamo la nostra - minima - sfera di libertà che non potrà essere intaccata finché esisterà significazione.
Assalto
Io sono un proletario arrabbiato che non solo non possiede i mezzi della produzione, ma neppure desidera una simile sciagura.
Non voglio lavorare ad altro se non alla costruzione di stati estremi di fedeltà a me stesso, al mondo che sogno e alle persone che amo.
Ho imparato a diffidare dei miei più intimi desideri. Figuriamoci se non dubito del mezzo sorriso mezzo scettico degli ultimi arrivati."
[Giuseppe Genna, Assalto a un tempo devastato e vile 3.0]
Lavoro sul se, costruzione del proprio mondo e della propria identità al di là degli schemi imposti dalla società dei consumi. Pensiero critico, riflessione interiore, analisi della sostanza e non solo della forma delle cose.
Guardando a oriente
domenica 21 marzo 2010
V
Di fronte ad un miliardo di italiani ieri Berlusconi ha fatto le seguenti promesse elettorali (che fanno impallidire il vecchio contratto con gli italiani, residuo di un vecchio modo di fare politica che il Partito dell'Amore ha ormai superato con slancio per difendere il paese dall'invidia, dall'odio, dai magistrati comunisti, dai magistrati non comunisti, dalla sinistra, dal centro, dalla destra [perché sotto sotto pure loro prima o poi complotteranno contro la libertà], dai disfattisti in economia, da quelli alti più di un metro e settanta, da quelli più bassi di Brunetta, dal Papa, dai gay, dalle coppie di fatto, dagli insegnanti e dai ricercatori univeritari comunisti, dagli insegnanti e dai ricercatori universitari non comunisti, dai terremoti, dalle alluvioni, dalla Costituzione, dalle leggi e dalle regole e, infine, da tutti coloro che di cognome non fanno Berlusconi):
- i governatori del centrodestra pianteranno 100 milioni di alberi (non è stato specificato se si prenderanno in prima persona la zappa: questo fa parte del meritevole programma di reinserimento sociale braccia rubate all'agricoltura);
- il candidato in Piemonte Roberto Cota sarà impegnato a "realizzare il treno ad alta velocità per collegare l'Atlantico e il Pacifico" [virgolettato da Repubblica]: pare siano state scoperte prove consistenti circa un passaggio dimensionale attraverso il quale dalla Val di Susa si arrivi direttamente in Kamchatka: Roberto Giacobbo sarà nominato consulente speciale);
- "in tre anni sconfiggeremo il cancro" [virgolettato sempre da Repubblica].
La manifestazione si è conclusa con un giuramento collettivo di tutti i candidati presidenti di Regione del Partito dell'Amore e con l'intonazione del tradizionale canto "Meno male che Silvio c'è". Al termine Berlusconi, prima di essere teletrasportato sulla astronave madre, ha lanciato un ultimo messaggio:"Veniamo in pace. Sempre".
PS: leggo sempre su Repubblica che al momento dell'arrivo in piazza San Giovanni dei due cortei (perché due cortei poi?) la Demo Morselli Band ha intonato il tema di Guerra Stellari. Giuro.
Ho sbagliato lo so ma ci sono cascato.
Che poi questo Una sfortunata mattina di mezza estate si presenta bene, potrebbe anche essere un buon libro. Ambientazione fantastica e grottesca in uno sterminato continente-isola a forma di V non meglio specificato, popolato da numerose etnie e governato da complesse norme sociali, in cui uno dei comportamenti (reati) più gravi è fumare dove non consentito (praticamente ovunque). E proprio da un mozzicone di sigaretta gettato dalla finestra iniziano le disavventure del progatonista che si trova fagocitato nell'assurdo sistema giudiziario del continente e costretto a intraprendere una sorta di viaggio iniziatico per espiare le sue colpe. Un viaggio che significherà mettere in dubbio le proprie certezze e che dovrebbe rappresentare, per il lettore, una critica di alcuni aspetti della società e della cultura occidentali.
Messa così, la vicenda è ricca di spunti e Self qualche buona idea la tira fuori però... l'unico aggettivo che mi sento di usare è scialbo, nonostante sia scritto bene, con uno stile raffinato. Proprio per questo, però, risulta troppo di maniera e poco di sostanza.
Avesse la tensione drammatica, la profondità e la lucidità di un libro di Ballard (a cui Self viene paragonato: no comment), potrebbe essere straniante e allucinante come i libri del grande scrittore inglese. Ma non lo è, anche perché per tutto il romanzo c'è la sensazione di non riuscire a capire dove vada a parare la vicenda. E il finale non fa che confermare questa idea.
Fosse almeno divertente, venato di umorismo e satira, acquisterebbe maggiore consistenza.
Ma non è nemmeno questo.