Moebius

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giovedì 11 settembre 2014

Se ogni giorno è per il ladro, a noi cosa resta?



Per chi come me vede la lettura come un’azione attiva per aggiungere sempre e comunque qualcosa a se stessi, alla propria visione del mondo, alla conoscenza di ciò che ci gira intorno, un libro come Ogni giorno è per il ladro di Teju Cole è una sorgente a cui attingere a piene mani. 

Attingere esperienze. Fare scoperte. Viaggiare nella memoria. Immaginare un mondo altro da sé (e toccare un mondo altro da sé, perché immaginare è sempre vedere e costruire qualcosa). Trovare le chiavi per aprire certe porte. 

Il libro di Cole (scritto nel 2007 ma pubblicato, non solo da noi, nel 2014)  è una sorta di diario di un giovane nigeriano che, dopo essere emigrato negli Stati Uniti 15 anni prima, ormai cittadino americano, torna per alcune settimane nel suo paese per incontrare i parenti lasciati indietro, gli amici ma soprattutto immergersi in una città e in un paese allo stesso tempo fermi e in fermento. 

Il protagonista del libro sembrerebbe lo stesso Cole ma è invece un suo alter ego, che senza rinnegare le sue origini (anzi andando alla ricerca di tutto ciò da cui è partito per cercare, come afferma nel libro, “l’impossibile”), è ormai perfettamente occidentalizzato e dell’Occidente ha interiorizzato il senso per il bene pubblico e per la legalità, il rifiuto della violenza, le regole democratiche. 

Arrivando in Nigeria (anzi già prima di partire) deve fare subito i conti con uno dei paesi più corrotti del mondo, in cui la mazzetta è elemento imprescindibile nella vita quotidiana di qualsiasi nigeriano; dove lo sviluppo è sempre soltanto apparente e non frutto di programmazione, ricerca e innovazione; dove le disparità sociali fra ricchi e poveri sono sempre più profonde; in cui la cultura è quasi sempre soffocata dalla mancanza di visione ma anche dalla corruzione e dall’illegalità che pervade ogni settore e che soffoca anche un patrimonio storico ricchissimo.

In quelle settimane trascorse a casa di alcuni zii, il protagonista-che-forse-è-ma-in-realtà-non-è-Cole incontra parenti, amici di infanzia, riscopre una città, Lagos, profondamente cambiata ma allo stesso tempo sempre uguale. 
Egli prova a capire non tanto, e non solo, cos’è la Nigeria contemporanea quanto piuttosto se, in qualche modo, potrebbe perfino tornare a vivere lì. 

Alla fine si tratta di un pensiero passeggero, che appare e scompare qua e là nella narrazione e quasi sempre la risposta è no: no, perché è difficilissimo trovare una nicchia in cui coltivare interessi e passioni culturali; no perché professioni prestigiose come quella di medico non consentono più di vivere dignitosamente mentre sono altri i settori dove circolano i soldi; no perché bisognerebbe imparare a convivere ogni giorno con la violenza e la corruzione. 

E infine no perché manca la cosa più importante di tutte, la libertà. La libertà di diventare quello che si vuole e persino la libertà di essere infelici. 

Quella che scopriamo da Cole è una società con una grande livello di sofferenza repressa (alcuni dei passaggi più belli del libro sono dedicati a questo aspetto); i nigeriani si dicono felici perché “devono” essere felici: lo dice il governo, lo dice la religione (cristiana o musulmana che sia), lo dice la regola sociale. 

Si tratta di un paese in cui la storia viene rimossa regolarmente non solo a livello ufficiale ma anche nella vita di tutti i giorni. E se non c'è elaborazione del passato non c'è cultura e non c'è speranza.

L’impressione che ha il lettore è che il protagonista-che-forse-è-ma-non-è-Cole si senta quasi più straniero in Nigeria che in America, dove ha comunque dovuto intraprendere un lungo, e immaginiamo difficile, percorso per adattarsi alla vita occidentale, per integrarsi e per prenderne tutti i vantaggi (una laurea in medicina e una specializzazione in psichiatria, la possibilità di viaggiare e di tornare in Nigeria da turista). 

Questo ritorno alle origini è in realtà anche il racconto di uno sradicamento dalle proprie radici e dalla propria famiglia. Non c’è quasi nulla di romantico perché la vita, qualsiasi vita, è sempre costellata di separazione, di tagli col passato, di ricostruzioni che ci rendono diversi rispetto a quando siamo partiti. E questa diversità si concretizza con la distanza non solo con chi è rimasto indietro (e che immagina un giorno di poter compiere lo stesso viaggio) ma anche con i noi-stessi che eravamo.

Infine, chiudo con alcune considerazioni sulla scrittura di Cole, nella versione tradotta da Gioia Guerzoni per Einaudi. Si tratta di uno stile molto pulito e lineare, senza fronzoli ma da cui emergono frasi dal grandi impatto (dopo magari aver raccontato di una visita in un museo o in una libreria o a qualche vecchia amica).


Citazione:
“…...e mi chiedo perché sono venuto, perché ho cercato, ancora una volta, di recuperare l'impossibile”.

martedì 28 gennaio 2014

Elettronica equa e solidale?

Sulla vicenda Electrolux, a parte lo scandalo del quasi dimezzamento dello stipendio (anche se da qualche parte ho letto che le cifre potrebbero essere diverse con tagli di "solo" 130 euro, quindi occhio a valutare) mi viene spontanea una riflessione che riguarda anche il nostro modello di consumo e il nostro essere consumatori.

Estraniandoci dal caso specifico, prendiamo come dato di fatto che una azienda delocalizzi dall'Italia verso l'Est Europa o la Cina (e in generale tutti i grandi colossi industriali che in Italia non nemmeno mai avuto stabilimenti) per il costo del lavoro inferiore.

E' un fenomeno che esiste, c'è, diamolo per scontato e accettiamolo. Siamo uomini di mondo.

Quale aumento di prezzo sui prodotti che compriamo saremmo in grado di accettare se ci dicessero che la produzione resta in Italia ma le lavatrici costeranno di più?
Oppure, spostando il discorso su un piano etico diverso (non necessariamente legato al destino di tante famiglie italiane), se vi dicessero che il televisore che state comprando invece che 500 costa 550 perché agli operai che lo hanno prodotto (in Cina o dovunque producano Samsung, Lg, Sony, ecc.) sono stati garantiti stipendi più alti, ve lo comprereste lo stesso?

Ci vorrebbe una sorta di bollino di garanzia che per realizzare il prodotto che sto comprando gli operai che ci hanno lavorato su abbiano goduto di condizioni di lavoro dignitose e di un salario equo.

E poi potrei scegliere fra il televisore a 550 euro ma che, semplificando, mi fa stare con la coscienza a posto e quello da 490 prodotto "in quell'altro modo là".

Ripeto la domanda: quale compreremmo? Perché oggi siamo tutti contenti che i prodotti tecnologici, e non solo, siano molto più accessibili che dieci o venti anni fa ma questo è avvenuto grazie al fatto che, fra le altre cose, le multinazionali possono scegliere di andare a produrre dove, semplicemente, gli costa meno la manodopera.

Certo il discorso è complesso, e va calibrato sulle situazioni locali (in un paese in via di sviluppo che un'azienda produca lì e offra stipendi di 200 euro al mese è anche visto come fonte di ricchezza; da noi il mercato è stato spesso gonfiato dagli aiuti di stato; ecc.). Poi, si dovrebbe andare a vedere quanto incide davvero il salario dell'operaio sul prezzo finale di un prodotto (Electrolux per esempio calcola 30 euro di costo in più al pezzo su una lavatrice fatta in Polonia e una qui in Italia).

Se è giusto scandalizzarci per vicende come quella della Electrolux è giusto anche pensare però che quando compriamo in qualche modo legittimiamo quel modello produttivo.

Non vuole essere una critica moralistica ma uno spunto di riflessione. Come consumatori dovremmo essere più consapevoli e messi in grado di scegliere.

domenica 17 marzo 2013

Se io fossi un demagogo

Se io volessi semplificare potrei associare le dichiarazioni in cui Grillo diceva che la mafia è meglio dei partiti oppure quelle contro la cittadinanza agli stranieri nati in Italia con il fatto che il capo del Movimento 5 Stelle avesse vietato ai "suoi" parlamentari di votare alla seconda e alla terza carica dello Stato Pietro Grasso (ex procuratore nazionale anti-mafia) e Laura Boldrini (ex portavoce dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e da sempre in prima linea nelle varie "emergenze" immigrazione nel nostro paese).

Sarebbe veramente semplice semplificare in questo modo, usare toni demagogici e populisti per gridare che Grillo e il suo movimento sono contro la lotta alla mafia e contro i diritti di immigrati e rifugiati ma so che nel M5S ci sono molte persone per bene che su certi temi ragioneranno con la propria testa e "senza vincolo di mandato" come recita l'art. 67 della Costituzione, che il capo vorrebbe abolire.

sabato 8 dicembre 2012

Quello che vuole la tecnologia

More about Quello che vuole la tecnologiaPer rispondere alla domanda “Cosa vuole la tecnologia?” Kevin Kelly ricorre alla teoria dei sistemi adattivi complessi per mostrare quanto la tecnologia sia qualcosa di più che un mero insieme di aggeggi tecnologici. Ma già il fatto di porsi questa domanda significa prendere posizione perché si parte dall’assunto che la tecnologia, appunto, voglia qualcosa?

Innanzitutto, guardare alla tecnologia come a un sistema complesso significa stabilire i confini del fenomeno che stiamo indagando. Kelly definisce l’oggetto della sua indagine “technium”, che è dato non soltanto dagli artefatti tecnologici prodotti dall’uomo durante la sua evoluzione ma è piuttosto il risultato di quanto prodotto dalla civiltà umana dal momento in cui il primo ominide si è alzato in posizione eretta.

Da quel momento il technium ha iniziato a evolvere parallelamente all’aumento delle capacità cognitive dell’uomo. Per alcuni millenni l’evoluzione del technium è proceduta molto lentamente: le invenzioni/scoperte più significative che hanno accompagnato la crescita dell’umanità sono state, in ordine sparso, i primi manufatti di selce, il fuoco, la lavorazione del legno, l’agricoltura, la vita in comunità sedentarie, i primi villaggi. Ovviamente il linguaggio è ciò che ha rappresentato il salto in avanti più grande, così come millenni dopo la scrittura.

Questo approccio non risulta certo nuovo a chi abbia un po’ di dimestichezza con l’antropologia, con la sociologia e, per rimanere ai media e alla tecnologia, col pensiero mcluhaniano.
Ciò che ho trovato particolarmente interessante è il parallelismo che Kelly sviluppa fra evoluzione biologica e evoluzione tecnologica. Mettendo da parte l’idea tradizionale di evoluzione che, a partire dal Big Bang, è guidata soltanto dal caos Kelly fa invece riferimento a quella corrente di pensiero che vede una intenzionalità nel processo evolutivo. Questa intenzionalità significa, semplificando, che il più piccolo organismo unicellulare concepibile a un certo punto ha desiderato riprodursi; alla riproduzione segue una sempre maggiore complessità biologica (da una a due cellule, e così via), fino ad arrivare a noi.

Traslando questo discorso verso la tecnologia, il technium (di cui noi stessi facciamo parte se lo vediamo come un sistema complesso) è evoluto nel corso dei millenni con uno scopo preciso: espandersi, crescere, divenire sempre più complesso. Questa evoluzione all’inizio è stata lenta ma al crescere della complessità è diventata sempre più veloce fino ad arrivare agli ultimi secoli, durante i quali si è registrata un’impennata esponenziale della quantità di innovazioni introdotte nel technium.
Ogni tecnologia (in senso lato: il sistema giuridico è una tecnologia, il metodo scientifico è una tecnologia, e delle più importanti) ha consentito un avanzamento molto più veloce e ha posto le basi per far sì che altre tecnologie potessero svilupparsi perché un nuovo utensile, una nuova metodologia di lavorazione, un nuovo macchinario creano un contesto fertile per ulteriori innovazioni.

L’affermazione più forte di Kelly è che certe tecnologie volevano emergere e sarebbero emerse comunque in un dato momento storico proprio perché il risultato di determinato contesto culturale, sociale, produttivo. Alcune tecnologie erano inevitabili.
Molto interessanti sono gli esempi che l’autore porta per quanto riguarda invenzioni o scoperte che emerse contemporaneamente in luoghi diversi a opera di persone differenti che non lavoravano insieme (ad esempio il telefono o la lampadina) o di quelle che invece sono comparse, scomparse e ricomparse più volte finché non sono diventate sufficientemente mature per trovare la loro giusta collocazione (come esempio recente penso ai tablet che sono comparsi più volte negli ultimi 20-30 anni ma si sono radicati solo recentemente grazie alla maturità tecnologica che hanno raggiunto e, soprattutto, al ventaglio di usi che la Rete consente oggi e che ancora non permetteva soltanto 15 anni fa).

Il libro di Kelly è molto ricco di suggestioni, accompagnate da dati ed esempi, alcune magari non proprio condivisibili se non viste all’interno di questo panorama (come l’idea che la tecnologia così intesa sia dotata di libero arbitrio). Forse pecca un po’ di determinismo ma è sicuramente una lettura stimolante, soprattutto nelle prime parti perché poi negli ultimi capitoli si perde un po’. Kelly ha comunque il merito di non voler fare il profeta dell’evoluzione tecnologica a tutti i costi; egli stesso spiega che alcune tecnologie non le usa e che per certi aspetti preferisce uno stile di vita più semplice.
L’adozione o meno di una tecnologia è comunque sempre una scelta; in differenti gruppi sociali, per ragioni storiche, ambientali e quant’altro, possono essere presenti certe tecnologie e non altre, possono affermarsene alcune senza che si siano prima diffuse quelle precedenti (ad esempio in molte zone africane è per presente il cellulare mentre è molto meno facile trovare linee telefoniche fisse).

domenica 2 dicembre 2012

#Primarie

Ho sempre pensato, e continuo a pensarlo, che ogniqualvolta si chieda ai cittadini di esprimere la propria opinione la partecipazione di quante più persone possibile spinga un pochino più avanti la civiltà di un paese. Per questo motivo sono andato a votare con entusiasmo per le primarie del centrosinistra (ovviamente il motivo principale è che mi riconosco in quell'area politica), sia domenica scorsa che stamattina per il ballottaggio.

Al primo turno ho votato Vendola e oggi Bersani, nella speranza che qualcosa almeno un po' di sinistra si possa fare per migliorare questo paese. Renzi non mi ha mai convinto: sicuramente in tv e in rete vince, è più giovane, moderno ed è vero che la nostra classe politica va svecchiata e dovrebbero emergere nuovi soggetti con idee innovative ma non mi riconosco in tutto quello che dice.

Fatto sta che se vincesse Renzi (cosa che mi pare oggettivamente difficile) non sarà un dramma; penso che il risultato di queste primarie darà comunque forza non solo al vincitore ma soprattutto al PD e ai suoi alleati. E' un patrimonio di consenso e di partecipazione che non può andare sprecato. E sono sicuro che la "squadra" potrà fare bene.

Queste quattro banalità per dire inoltre:

  1. Le primarie sono un evento molto positivo, che nessun Grillo di turno potrà ridimensionare, e costituiscono un antidoto al qualunquismo.
  2. La libertà è partecipazione, come diceva Gaber, e mi sembra una frase verissima.
  3. La competizione, anche con toni duri, all'interno di un partito e di una coalizione fa soltanto bene perché fa emergere temi e idee, arricchisce i programmi, stimola i cittadini a fare di più essi stessi.
  4. La polemica sulle regole mi sembra un argomento tirato fuori per creare confusione e attirare consensi con la storia del "loro sono la vecchia politica e vogliono fermarci".
  5. Penso che sarebbe stato logico consentire alla gente di registrarsi anche questa settimana. Le regole di queste primarie però sono state stabilite settimane fa e accettate da tutti i partecipanti.
  6. Lo sapevano tutti che bisognava registrarsi prima, almeno online, e ci sono state tre settimane di tempo, dal 4 al 25 novembre. Che giustificazione vuoi portare per tre settimane? Chi si è registrato online ma non è andato a votare il 25 novembre stamattina può votare.


domenica 18 novembre 2012

@Zerocalcare secondo me

Una delle scoperte più piacevoli dell’ultimo anno (in generale, non certo mia visto il successo) è Zerocalcare, fumettista romano che dal giro dei centri sociali e delle piccole riviste di settore è progressivamente emerso pubblicando i suoi lavori anche su XL di Repubblica (ora non più) e da un po’ di tempo su Internazionale.
Il successo vero, credo, è arrivato col suo blog, in cui settimanalmente ha proposto una serie di storielle con lui protagonista alle prese con sua madre, i suoi amici, lo studente al quale fa ripetizioni, Trenitaja, il mondo del lavoro. Il passaparola su Facebook e sugli altri social network ha sicuramente avuto un impatto enorme sulla sua notorietà (insieme al sostegno ricevuto da un nome ormai affermato come quello di Makkox), ed è proprio a forza di link sparsi in giro - oltre che un paio di numeri di Canemucco, la vecchia rivista di Makkox, che acquistai a Romics - che un annetto fa io stesso ho iniziato a conoscere il suo sito.

E a ridere come un idiota davanti al pc ogni qualvolta usciva un nuovo episodio.

Siamo già al secondo libro, Un polpo alla gola, che sta riscuotendo un enorme successo dopo un altro best-seller come La profezia dell’armadillo (inizialmente autoprodotto e messo in vendita online e nel circuito delle iniziative legate a piccole librerie, fiere, centri sociali, ecc.) entrambi ora disponibili nelle edizioni di Bao Publishing.
Quello che amo di Calcare (del suo lavoro, ovviamente) è una vena comica che si basa su due aspetti fondamentali: la vita quotidiana di un trentenne medio (precario, con una madre apprensiva, con una serie di amici chi più chi meno altrettanto sfigati, preda di paranoie e seghe mentali) e la rielaborazione dell’immaginario pop di chiunque sia cresciuto dagli anni ’80 in poi. Così i personaggi di cartoon, film, videogiochi diventano di volta in volta personificazioni di stereotipi, idee, luoghi comuni, dubbi e incertezze che frullano nella testa di ognuno di noi. Una sorta di pantheon comune a una intera generazione.

Il risultato, per me, oltre ad essere spesso esilarante, è quello di ritrovarmi e riconoscermi in molte delle cose che racconta ZC. La sua forza sta proprio nei contenuti, nello stile del racconto e nei riferimenti; riuscire a muoversi in questo universo di citazioni (un po’ come fa Leo Ortolani con Rat-Man) o meno è sicuramente un requisito fondamentale per amare i suoi fumetti e non perdere buona parte del divertimento (io per esempio rido di più quando cita Star Wars, per mia deviazione personale). Rispetto a Rat-Man però i fumetti di ZC sono meno referenziali e consentono comunque una chiave di lettura non esclusivamente legata al gioco delle citazioni.

Gli episodi pubblicati di volta in volta sul blog sono spesso legati all’attualità (intesa anche come attualità della vita dell’autore/protagonista) e prendono spunto da cose con le quali tutti ci siamo probabilmente imbattuti quotidianamente; la brevità di queste storielle fa si che il “climax” arrivi in breve e l’effetto comico scatti subito, giocando molto con l’ironia ( e l’auto-ironia, visto che l’autore ci invita a ridere non solo di lui ma anche di noi stessi, delle nostre fissazioni e dei nostri problemi, veri o presunti che siano).
I due libri hanno un tono diverso, pur rispettando sempre gli elementi principali del suo stile; si tratta di storie che affrontano però un tema preciso, quello della crescita e dei momenti di passaggio dall’infanzia all’adolescenza  e poi all’età adulta, sempre con ZC e i suoi amici protagonisti. I momenti in cui ridere non mancano ma c’è una sorta di malinconia di fondo e i tempi sono sicuramente diversi. More about Un polpo alla gola
Dei due, anche se il vero successo di ZC è stato decretato soprattutto da La profezia dell’armadillo, penso che il più riuscito sia Un polpo alla gola, che ho trovato più “maturo” dal punto di vista dello stile e della consapevolezza dell’autore nel suo lavoro. Il primo libro sembra - dico sembra perché non so se sia effettivamente così - un collage di episodi originariamente scritti con altro scopo ai quali è stato poi trovato un filo conduttore attraverso il quale rielaborarli e rimetterli insieme. Il secondo invece dà maggiormente l’idea di una storia pensata, scritta e disegnata per essere tale, per questo dico che sembra più riuscito. L'Armadillo è emotivamente più intenso (non vi dico perché) mentre il Polpo è (quasi) più leggero, più arioso. Penso che preferire l’uno o l’altro dipenda molto da fattori personali.

lunedì 12 novembre 2012

Argo

Nel gennaio-febbraio del 1980 a Teheran 52 ostaggi americani erano rinchiusi nell’ambasciata americana (e lo sarebbero stati fino all’inizio dell’anno successivo). Ciò che nessuno in quel momento sapeva era che altri 6 diplomatici americani erano riusciti a scappare dalla loro ambasciata dopo l’assalto delle forze rivoluzionare e a rifugiarsi nella residenza dell’ambasciatore canadese.

Argo, il secondo film da regista di Ben Affleck, racconta come l’agente della CIA Tony Mendez riuscì a portare fuori dall’Iran questi 6 facendoli passare per la troupe di un film di fantascienza.
Sembra una boiata pazzesca. Un film di fantascienza in Iran, e chi ci crederebbe mai; i guardiani della rivoluzione, poi. L’operazione è passata alla storia come Canadian Caper.

E invece è andata proprio così: Mendez, con l’aiuto del truccatore premio Oscar John Chambers (interpretato nel film da un grande John Goodman) mise in piedi una falsa produzione e organizzò eventi di copertura per creare un contesto al film (una vera porcheria, un po’ Pianeta delle scimmie, un po’ Star Wars), da girare in Medio Oriente. In questo modo riesce ad arrivare a Teheran, facendosi passare per un produttore canadese.

Alla fine giudizio più che positivo, si tratta davvero di un buon film, ben scritto, con grande ritmo, non annoia mai e lascia l’idea di un grande lavoro di ricostruzione storica e documentazione: sembra davvero di stare a Teheran (chissà in quali città mediorientali è stato girato, forse in parte a Istanbul mi diceva l’amico con cui l’ho visto). Consigliatissimo, a super-caldo.

Infine, chicca per i fan di Breaking Bad: c’è anche un grande Bryan Cranston.

sabato 3 novembre 2012

Narrazioni trans-mediali, fra testo e contesto

More about Scatola neraNelle scorse settimane Minimum fax ha portato in Italia Scatola nera, un interessante esperimento letterario dall'autrice de Il tempo è un bastardo. Si tratta di un racconto scritto per essere pubblicato su Twitter in frammenti di massimo 140 caratteri (da pochi giorni disponibile in ebook).

Ciò che è qui importante è il modo in cui fluisce la narrazione non la storia in quanto tale (una bellissima donna mette a repentaglio la propria incolumità infiltrandosi come agente segreto nella vita di un super-criminale al fine di svolgere una missione fondamentale per la salvezza di migliaia di vite).
Si tratta secondo me di una vera opera aperta, utile per riflettere sui meccanismi di una narrazione che, in epoca di social network, web 2.0 e supporti digitali, si fa trans-mediale.

Inizialmente mi sono avvicinato a Scatola nera sbocconcellando senza un preciso ordine sequenziale i post pubblicati su Twitter da @minimumfax, senza continuità, fruendone come sorta di aforismi 2.0 che mi hanno lasciato libero di immaginare il contesto generale e la storia.

Frasi di 140 caratteri al massimo attraverso le quali il lettore ha potuto scomporre e ricomporre a piacimento una storia (non necessariamente la stessa storia immaginata dall’autrice), libero di saltare da un punto all'altro della propria timeline. In qualche modo mi ha ricordato i vecchi libri-game per ragazzi, che non venivano fruiti in maniera sequenziale dalla prima all’ultima pagina ma secondo le dinamiche interpretative proprie di ciascuno.

La successiva lettura lineare dell’ebook fornisce invece un quadro diverso perché il lettore ha la possibilità di completare tutti i buchi che la fruizione in timeline potrebbe aver lasciato, attivando un nuovo processo di interpretazione. Ovviamente ci sarà anche chi con costanza ha seguito tutti i tweet nel giusto ordine con cui venivano pubblicati ma questo uso “tradizionale” del testo mi sembra soprattutto legato alle abitudini culturali di chi legge piuttosto che alla natura del testo stesso.

Il fatto che un racconto venga pensato per essere pubblicato su Twitter in frasi di 140 caratteri (non considerando per ora la possibilità di pubblicarlo in “volume” e offrire a tutti la possibilità di leggerlo in modo più convenzionale) implica un diverso rapporto col Lettore; quest’ultimo potrà decidere quanti e quali porzioni di testo leggere, in che ordine, se e come mescolarle. Significa anche offrirgli la possibilità di costruire una nuova storia, diversa da quella immaginata dall’Autore.

Una storia (particolare per me più affascinante di questo nuovo approccio alla narrazione) con personaggi diversi e nuovi, che l’Autore non poteva proprio prevedere, frutto dell’interazione fra il testo in questione con gli n-testi prodotti ogni minuto su Twitter. Ogni persona che seguiamo, con i suoi tweet, interagisce con il “testo” (in questo caso “Scatola nera” ma il discorso meriterebbe un approfondimento generale) e ne fa nascere uno completamente nuovo: è la stessa timeline a diventare a sua volta un “testo” (anzi un ipertesto o ancora meglio un ipermedia) che non potrà essere ricondotto dentro i confini del libro se non dopo un ulteriore lavoro di interpretazione e rimediazione che non potrà però mai rispecchiare l’unicità del testo che ciascun lettore ha costruito per se stesso.

A questo punto abbiamo 5 tipi di testo:

  • il racconto così come l’ha pensato l’Autore;
  • l’insieme dei frammenti di testo pubblicati su Twitter nei modi e nei tempi decisi (in questo caso) dall’editore;
  • la versione unica e originale che ciascun Lettore ha ricostruito per se stesso fruendo di ciascun tweet in cui è stato scomposto il racconto;
  • il risultato dell’interazione di questi tweet con la timeline di ogni Lettore;
  • la timeline che da contesto diventa essa stessa testo.

Le potenzialità, semiotiche, di una narrazione trans-mediale stanno qui: essa dimostra che i confini di un testo sono in grado di spostarsi continuamente in avanti al punto da non poter più individuare un autore se non nella forma di una sorta di intelligenza collettiva formata dai contributi particolari di ciascuno sia per quanto riguarda la “produzione” sia per ciò che concerne l’interpretazione, che è sempre una nuova produzione di significato (e quindi di testo): Peirce 2.0, direi.

giovedì 1 novembre 2012

Chronic City, di Jonathan Lethem

Partiamo da un assunto fondamentale. A me Chronic city è piaciuto da morire, mi ha incantato, l’ho trovato folgorante.

Potrebbe essere sufficiente questo (il mio opinabilissimo giudizio) per buttarsi dentro al romanzo di Lethem e scoprire da voi di che si tratta. Ma poiché stiamo parlando di un’opera assolutamente particolare bisogna fare lo sforzo di individuare una chiave di lettura, sviscerarne alcuni temi e ricostruirne il contesto. Si tratta di uno di quei libri in cui apparentemente succede ben poco, in cui lo stile (ironico, divertente e colto) sembra prevalere sul resto ma, fidatevi di me, non è assolutamente così.

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OCCHIO: SEGUE QUALCHE INEVITABILE SPOILER SULLA TRAMA (ma senza svelare particolari colpi di scena di cui il libro è, secondo me, particolarmente ricco). 
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Ambientato in una New York indefinita e, direi, del tutto parallela a quella reale racconta le vicende di Chase Insteadman, ex ragazzo-prodigio delle serie-tv e ormai ex-attore che campa di diritti di immagine e della gloria passata, vive una nuova notorietà come il fidanzato di un’astronauta bloccata su una stazione spaziale (e impossibilitata a tornare sulla terra insieme al resto dell’equipaggio) la cui storia strappalacrime è quotidianamente presente su giornali e tv. Ma Chase non sente più niente per lei, non rammenta neanche più il suo volto tanto è lontano e annebbiato il suo ricordo. Non gli resta che fare altro che bighellonare per Manhattan e trascorrere le sue giornate con la variegata compagnia di giro che si riunisce intorno a Perkus Tooth, critico musicale e cinematografico molto noto 10 o 20 anni prima sulla scena culturale indie fissato con Marlon Brando e il fantomatico regista Morrison Groom.

Fra giornate passate a guardare le videocassette di Perkus, a fumare erba di varie qualità (fra le quali, appunto, una delle più pregiate è la chronic) e a frequentare il jet set newyorkese in virtù del suo ruolo di eterno fidanzato infelice ed ex star televisiva, Chase (l’uomo-invece, appellato per sbaglio nel corso del libro non-person) appare effettivamente come un personaggio non tanto in cerca d’autore ma quanto della sua stessa essenza.

Privo di personalità non gli resta che recitare la parte assegnatagli di volta in volta e mimetizzarsi camaleonticamente per sembrare quello che la gente si aspetta da lui. Ma questa vita così scialba e routinaria verrà progressivamente sgretolata sotto i colpi dell’eccentricità di Perkus e dell’amica ed ex assistente di lui Oona Laszlo, ghostwriter di professione dalla forte personalità che trascinerà Chase in una stranissima relazione apparentemente di solo sesso ma che ben presto diverrà, per lui, la sua vera storia d’amore parallela a quella ufficiale con l’astronauta Janice Trumbull.

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 E DIREI CHE GLI SPOILER SULLA TRAMA SONO SUFFICIENTI --------------------------------------------------------------------- 

Tutto si svolge, come dicevo, in una New York alternativa a quella vera, in un epoca indefinita ma comunque, senza mai nominarli, post-11 settembre e guerre in Afghanistan e Iraq (unico riferimento l’esistenza di una versione del New York Times “senza guerra”).  Una New York governata come nella realtà da un sindaco magnate dei media, sulla quale da alcuni anni è caduta una pesante nebbia che ha reso praticamente inaccessibile un pezzo di città; devastata periodicamente da una misteriosa, inafferrabile ed enorme tigre, scappata da chissà dove; nella quale si verificano periodicamente strani fenomeni (come un pervasivo e penetrante odore di cioccolato nell’aria, che alcuni invece percepiscono sotto forma di suono); dove si sta comunque realizzando una grandiosa opera d'arte dedicata alla memoria.

Alternativo è anche il paesaggio culturale: la gente legge Obstinate Dust (invece di Infinite Jest), guarda i film degli Gnuppets (al posto dei Muppets) e Marlon Brando potrebbe essere perfino vivo. Lethem ha imbottito il libro di riferimenti e citazioni di ogni tipo, inevitabile perdersene qualcuna.

La New York e l’America di Chronic City sono pervase da un profondo senso di inquietudine, così come tutto il romanzo, dettata dalla sensazione di non riuscire a leggere interamente la realtà e di non essere neanche in grado di interpretare correttamente quei frammenti che ci si ritrova davanti (fortissimo qui l'influsso di Dick sulla scrittura di JL, autore che ha contribuito al rilancio di PKD negli ultimi anni e alla sua rivalutazione critica).

Il romanzo di Lethem parla soprattutto di ossessioni e di ricerca del reale significato delle cose che ci accadono, che possono avere due, tre o infinite verità perché noi stessi cambiamo nel tempo, cambiamo per le persone che ci circondano (e cambiamo le persone di cui ci circondiamo) e magari dimentichiamo come tutto è cominciato. Per smettere di essere delle non-persone (o per evitare di diventarlo e ritrovarsi a recitare una parte scritta da altri) non si può far altro che fare attenzione anche al minimo dettaglio, perché anche il volo di uno stormo di uccelli al di sopra di una torre può far sbocciare la consapevolezza di cui abbiamo bisogno.
 
“La paranoia è un fiore nel cervello” dice Perkus a Chase.

La paranoia è un fiore nel cervello. A voi la corretta interpretazione, io la mia idea me la sono fatta.

venerdì 4 maggio 2012

Tokyo in realtà è la città di Blade Runner

Questo bel video mostra la città di Tokyo come se fosse uscita direttamente da Blade Runner (segnalato da William Gibson, @greatdismal, su Twitter).


martedì 1 maggio 2012

Le colonie spaziali della Nasa

Vi segnalo questa bella gallery proposta da Il Post sui progetti di colonie spaziali che i ricercatori della Nasa immaginavano negli anni '70.



A parte la bellezza delle illustrazioni, è interessante il fatto che quelle immagini mostrano come scienza e immaginario vadano spesso insieme, influenzandosi a vicenda, con risultati affascinanti anche quando, dopo 40 anni, quei progetti sono stati abbandonati.

L'esplorazione spaziale ha probabilmente perso il fascino di un tempo e l'idea che l'uomo debba colonizzare lo spazio è stata soppiantata dai moderni osservatori, dalle sonde e dai rover inviati su Marte ma provate sovrapporre a quelle immagini i vostri film, libri e fumetti di fantascienza preferiti.